La donna dal tocco di foglia

La donna dal tocco di foglia

Il fascino di una terra consiste nella sua reale consistenza e in quell’insieme di possibilità che la fantasia attribuisce ai suoi abitatori, veri o fantastici che siano. Alcune di queste terre ho avuto occasione di conoscerle meglio di tante altre, per la contiguità o vicinanza territoriale con il mio Paese, e mi è stato facile quindi esplorarne i miti, raggiungere le più remote località e conoscerne i più inafferrabili segreti.
Non molti anni fa mi accadde di raccogliere una storia che generò in me una profonda impressione, anche perché pareva collegarsi ad alcuni miei antichi e credevo ingiustificati terrori.
Ero tornato a casa, nella mia Amsterdam, dopo un lungo periodo trascorso nell’Europa dell’Est, sempre a caccia di fatti razionalmente ingiustificabili e di testimonianze dell’esistenza di un universo invisibile.
Avevo iniziato a scrivere qualche pagina sulle mie ultime esperienze di ricercatore del mistero, quando una sorta di bizzarra inquietudine mi spinse a rimettermi in viaggio verso la Bretagna, dove contavo di arrivare con qualche ora di auto. Sono sempre stato soggetto a queste pulsioni irrazionali, che mi hanno spinto in varie parti del mondo, alla ricerca di quella verità che si nasconde pervicacemente agli occhi dell’uomo e che presumibilmente la nostra specie è destinata ad avvertire solo in minima parte, almeno fino a quando qualche imprevedibile scoperta scientifica non arrivi a spalancare quel cancello della conoscenza, che ancora rimane saldamente chiuso di fronte ai nostri disperati tentativi per superarlo.
Attraversai la Francia del Nord e arrivai a Rennes, in un pomeriggio limpido e soleggiato.
La città dove le abituali maisons à colombages rivaleggiavano con la maestosità degli edifici ottocenteschi costruiti con robusti piloni di pietra mi accolse col suo volto migliore, allegro ed elegante.
Non ricordavo molto di questa città tradizionale e nello stesso tempo moderna, o forse era molto cambiata nel corso degli anni, da quando mi era apparsa la prima volta, quand’ero ancora un ragazzo.
C’era una festa in città e non fu possibile trovare una stanza in centro. Dappertutto si sprecavano fiori e apparivano striscioni e la gente vagava allegra per le strade.
La casa in cui mi dovetti sistemare per la notte si trovava nei dintorni ed era una delle tante abitazioni di campagna che offrono al visitatore una stanza per riposare e una dolcissima colazione la mattina dopo, allietata da deliziose marmellate artigianali.
Quando vi giunsi, vidi l’edificio avvolto dalla strana luce del vespero, limpida e vitrea, che proveniva da un cielo del colore del cristallo, mentre gli alberi che gli stavano attorno recavano già nel cupo verdeggiare del fogliame il presagio della sera.
L’aspetto della costruzione era ruvido, come i blocchi irregolari di pietra con cui era stata realizzata. il tetto spiovente era di paglia grigiastra e sembrava ancora più scuro per il buio incipiente. Chiari erano invece gli infissi, che reggevano serie di vetri quadrangolari e parevano quasi inghiottiti da rigogliosi cespi di ortensie e di arbusti verdi.
Ad accogliermi trovai una donna di circa quarant’anni, Madame Kerouac, e la sua figliola adolescente.
La donna appariva come una di quelle bellezze precocemente sfiorite, che nemmeno un sorriso frequente e in apparenza sincero riusciva veramente a rallegrare. Il colorito pallido sembrava smentire la convinzione che la vita all’aperto regalasse ai suoi cultori i colori della salute. Anzi la tinta giallastra, che era il residuo di precedenti e costanti abbronzature, pareva trasmutarsi in un chiarore grigiastro, evidenziato dal fioco brillare della luce elettrica, tenuta al minimo per esigenze di risparmio.
La ragazza era quanto di più bello avessi mai visto. Il suo viso era perfetto e dolcissimo, avvolto da due bande di capelli color del lino che scendevano con naturalezza sulle spalle. Le braccia, che l’abitino estivo lasciava scoperte, apparivano armoniose ed eleganti, di un biancore soave e innocente come quello dei fiori.
Nella sua bellezza non c’era nulla di artificiale né di volgare, nessuna rotondità esibita che potesse essere interpretata come richiamo erotico, ma solo pura bellezza, da contemplare con quel senso di stupore e di sgomento che il bello genera nell’uomo. Non potevo immaginare nulla di più perfetto e innocente.
C’era qualcosa però nel suo sguardo, in quegli occhi stupendamente chiari, di un colore che richiamava i laghi del Nord, che dava a chi li scorgeva una sensazione di sgomento.
Pareva che quegli occhi fissassero qualcosa, un oggetto, un panorama, un’immagine, che appartenessero a una realtà che si trovava al di là di quello che noi tutti possiamo percepire, un mondo antico e immortale che affianca la nostra vita senza volersi imporre, un giardino segreto col quale viviamo a stretto contatto senza rendercene conto.
La madre me la presentò, per educazione; in fondo ci trovavamo in una casa privata e il bon ton doveva in qualche modo essere osservato, nelle sue manifestazioni più comuni ed evidenti. La ragazza mi porse la mano, in quell’occasione, e io la toccai con la mia, come si fa naturalmente, tra persone civili: si chiamava Valérie.
Quello che provai istantaneamente fu una sensazione di piacere inatteso, una percezione tattile mai provata nello stringere la mano di una donna; la morbidezza di quella mano, la sua levigata freschezza non facevano pensare alla pelle di una ragazza, sia pure giovane e dolcissima, ma ricordavano la sensazione provata nell’accarezzare una foglia, una soffice e larga foglia di una pianta, una foglia morbida e carnosa in cui le venature erano sostituite dalle linee, da quella specie di M da cui le chiromanti traggono presagi. Contemporaneamente, un sentimento di profonda pace si diffuse sulla mia mente, come se al di là dell’apparenza semplice e innocua giacesse un potere invisibile e senza limiti.
I convenevoli durarono solo il tempo necessario e quel tocco non si prolungò più del dovuto: sarebbe stato sconveniente, anche se avrei voluto che durasse più a lungo. Lasciai però la mano nella sua forse un attimo di troppo, perché la ragazza mi guardò, guardò proprio me e non l’iperuranio che pareva osservare fino a quel momento, e quello sguardo sembrò penetrare nelle profondità del mio spirito. Si era creato forse un momento di contatto, di cui la madre però non parve accorgersi.
Non ero solo quella sera nella casa: altri visitatori erano stati indirizzati a quella stessa abitazione e stavano divorando qualcosa nella salle à manger. Ne arguii che la casa aveva anche funzioni di vera e propria locanda; ma si trattava di casi eccezionali, di festività, in cui veniva cucinato qualcosa di particolare anche per gli ospiti, per non obbligarli a percorrere chilometri e chilometri di strada, in cerca di un ristorante o di una brasserie.
I commensali avevano visi allegri e arrossati dal sole della mattina e dalla birra. Dopo una buona cena che sembrava aver coronato una giornata serena andarono a dormire piuttosto presto.
Io invece ero stato colto da uno dei miei frequenti momenti d’inquietudine e non avevo per niente sonno. Avevo assaggiato una normale terrine de canard e bevuto il minimo indispensabile. Una fetta di kouign amann aveva concluso il mio pasto.
Poiché mi ricordai improvvisamente che era il compleanno di una mia carissima amica, la chiamai ad Amsterdam per farle gli auguri e le raccontai che mi trovavo nei pressi di Rennes, vicino a un bosco, in una casa Brettone dal tetto di paglia. Le dissi sinceramente che in quel momento avrei preferito trovarmi con lei, piuttosto che sperimentare la strana angoscia che provavo, senza alcun apparente motivo. La mia amica si mise a ridere, ricordando i miei frequenti presentimenti e le mie apprensioni immotivate che venivano generate da mille innocenti sensazioni.
Come smisi di telefonare mi trovai solo con Madame Kerouac e decisi di fare conversazione con lei. Ci sedemmo comodamente e mi sforzai di rasserenarmi, davanti a un bicchiere di calvados.
Venni così a sapere che in realtà la donna era la vedova Kerouac e che il suo nome di famiglia era Langlois. Da parte mia le dissi che facevo lo scrittore e che mi accadeva di vagare per città e campagne alla ricerca di storie strane e soprannaturali, di leggende locali e di crimini inspiegabili.
“Se questo è il motivo della sua visita, Monsieur van Hujppel ”, disse la signora, “credo che qualche spirito l’abbia indirizzato nel posto giusto.

Vorrei raccontarle una strana storia che si racconta dalle nostre parti e che, a quanto mi riferivano i miei, avrebbe a che fare con le origini della nostra famiglia.
Tutto cominciò il giorno in cui un giovanotto di Le Havre, un marinaio il cui nome era Georges, Georges Langlois, venne a stabilirsi qui da noi. A dire il vero la sua prima tappa era stata Saint-Malo, quel vecchio covo di pirati. Poi, stancatosi di sentire il racconto delle gesta di Borgnefesse, aveva incominciato ad apprezzare la vita, e soprattutto le ragazze, delle campagne. Venne quindi a stare qui e si dice che fu proprio lui a costruire questa casa, che infatti è molto antica e costruita in maniera tradizionale, come non se ne trovano più nelle città.
Georges era molto abile nei lavori manuali e si dedicò a lavorare il legno, ricavandone mobili e oggetti, che poi rivendeva in città. In questo modo, la sua esistenza, che un tempo traeva sostentamento dall’acqua, incominciò a dipendere dalla terra e dalle piante che in essa crescevano.
Per qualche tempo continuò a condurre una vita normale, segando e intagliando i tronchi di giorno o coltivando il piccolo orto che aveva creato accanto alla casa. Ma presto prese l’abitudine di andare in giro durante le notti estive, vagando per prati e per boschi, che a quei tempi erano molto più estesi di ora. Questo suo nuovo modo di vivere gl’imponeva di riposare sempre più spesso al mattino, rinunciando ad abbattere gli alberi che fornivano la materia prima per la sua attività.
Una di quelle notti, mentre camminava nel folto della foresta, non molto lontano da qui, vide qualcosa d’inaspettato, che avrebbe cambiato il corso della sua vita.
Ai piedi di una vecchia quercia, dal tronco ampio e dai rami nodosi, stava distesa una ragazza bellissima, dai capelli biondi come il lino, che cantava una canzone sconosciuta.
La voce era di una soavità ignota alla terra, di una dolcezza infinita: era come una carezzasenzalimiticheparevapreannunciareilgodimentodivinodiunorgasmosenzafine. Stranamente, la ragazza non fuggì, vedendolo, ma lo lasciò avvicinare e poi gli porse una mano, che appariva candida, alla luce della luna piena. Mentre lui si accostava, lei continuava a cantare:

Des feuilles je viens
Et aux feuilles je reviens
Verte est ma lymphe
Et verte mon âme
Comme les oiseaux je ramage
Comme les feuilles mes rêves se déroulent

Io vengo dalle foglie
e alle foglie ritorno
verde è la mia linfa
e verde la mia anima
come gli uccelli balzo di ramo in ramo
come foglie si snodano i miei sogni

Dopo quell’incontro, Georges non rivide più la fanciulla nel bosco, benché la cercasse disperatamente. Gli pareva quasi di percepire la sua presenza, tra gli arbusti e le foglie, ma era come se fosse diventata invisibile.
Finché, in una notte di luna piena, improvvisamente, sentì la voce, l’inconfondibile dolce voce di quella creatura adorabile che lo chiamava dal giardino. Si affacciò alla finestra, perché si era agli inizi dell’autunno e ancora non faceva freddo, e la vide. Il suo viso, ancora più incantevole del solito, guardava verso la finestra e le sue parole lo invitavano a scendere. Il giovanotto si calò dalla finestra, che non era troppo in alto, e la raggiunse; lei si mise a correre come per gioco, mentre il vento, nella corsa, ne scopriva l’agile figura, e si fece seguire nel bosco, fino alla quercia sotto la quale era apparsa allo sguardo dell’uomo la prima volta.

Da allora, nessuno ebbe più notizie di Georges. I suoi vestiti furono trovati sotto un albero, non molto lontano dalla sua casa, come se si fosse denudato o se qualcuno lo avesse costretto a spogliarsi. Si dette la colpa ai briganti, che talvolta penetravano fin nell’interno, e dopo lunghe ricerche si concluse che l’uomo era stato ucciso e sepolto da qualche parte, nel bosco.
Per una strana coincidenza, molti mesi dopo, un cacciatore di passaggio che percorreva quell’antica foresta sentì una voce che pareva proprio il vagito di un neonato; si avvicinò e, sotto una quercia, trovò una cesta, di quelle che si usavano nei secoli passati per portare il pane o la biancheria. Dentro la cesta c’era un bambino, che agitava le braccia e frignava. Nelle vicinanze non si vedeva anima viva.
Il cacciatore portò la cesta con il suo contenuto vivente alle autorità, che vi trovarono un biglietto, scritto con calligrafia incerta, in cui si attestava che il bambino era il figlio di Georges Langlois. C’era anche una firma, di una persona che aveva scelto lo strano pseudonimo di Mère Driade.
Dal sopralluogo effettuato risultò che la quercia sotto la quale era stato ritrovato il neonato era la stessa sotto la quale erano stati trovati i vestiti dell’uomo misteriosamente scomparso.
I parenti di Langlois accettarono il bambino come membro della famiglia e gli lasciarono la casa in eredità. Da allora questo pezzo di terra e questa porzione di bosco, con la costruzione in cui ci troviamo, è sempre appartenuta alla nostra gente. Naturalmente, su questi avvenimenti è stata costruita una leggenda. Si dice che la madre driade fosse una ninfa dei boschi, di natura in parte vegetale, che periodicamente usciva dalla quercia in cui viveva per assumere forma umana. In tale forma poteva amoreggiare con i maschi di suo gusto, che poi, unendosi a lei, si trasformavano anch’essi in alberi. La quercia di cui si parlava era una pianta antichissima, con un tronco ampio e distorto, nel cui aspetto qualcuno aveva scorto l’immagine di due corpi abbracciati: era la stessa pianta sotto la quale erano stati trovati i vestiti di Langlois e la cesta col bambino.”
La signora aveva concluso la narrazione delle vicende più antiche; ma questo non era tutto. Il mondo oscuro che pareva incombere sulla casa era sempre lì attorno e ancora nel presente forniva segnali inquietanti. La signora non mancò di avvisarmi:
“Di notte succedono strane cose, nel bosco; appaiono figure irreali e si sentono voci cantare in una lingua sconosciuta. Andate a riposare ora, M. Hujppel, ma ricordatevi soprattutto di non aprire mai la finestra, qualsiasi cosa vi sembri di vedere o di ascoltare.”

La storia era veramente strana e pareva riecheggiare vecchie fiabe e storie celtiche, ma aveva anche un chiaro riferimento al mito greco delle Driadi, il cui nome stesso Dryades veniva usato in Gallia per definire le sacerdotesse e maghe celte, in una sorta di rapporto metonimico con le ninfe e fate dei boschi. (1)
Sapevo che l’avvertimento della vedova Kerouac non era una manifestazione di superstiziosa ignoranza, né un tentativo di farsi gioco di un ingenuo cercatore di misteri. C’era qualcosa, in quell’angolo di un paese moderno e razionalista, che sembrava aprire un segreto collegamento con una realtà antica e inafferrabile.
Estrassi dalla mia valigia una grossa croce di legno che portavo sempre nei miei viaggi e la deposi sul tavolo che si trovava nella stanza e che faceva le funzioni sia di arredo per la colazione che di scrivania.
Avevo sperimentato che le presenze non umane erano spesso legate all’archetipo del cerchio e che la loro azione sulla Terra era fortemente disturbata dall’immagine della croce. Quel segno primario, costituito da due segmenti incrociati, aveva poteri che non apparivano legati, almeno in una realtà primordiale, a una singola credenza o religione; era piuttosto una sorta di barriera nei confronti dell’invisibile, una forma che interrompeva il movimento circolare introducendo spostamenti repentini, guizzi rettilinei da un punto all’altro dello spazio. Questo almeno era il significato profondo di quel segno che mi sembrava d’intuire e che ne giustificava l’efficacia, come strumento di protezione e difesa immediata nei confronti di forze esterne, pericolose e sconosciute.
Mi gettai sul letto, ma riuscii solo ad accedere a un faticoso dormiveglia, in cui s’inserivano frammenti onirici. Vedevo le giovani donne della mia adolescenza: volti, forme e voci che esprimevano dolcezza e innocenza, il languore sofferto e disperato di un primo bacio o di un precoce abbandono. Poi, stranamente, a queste immagini del ricordo si sovrapposero la figura della vedova Kerouac e della giovane figlia che, dopo aver gustato una strana bevanda, ridendo come invasate, iniziavano a spogliarsi e infine penetravano nel mio letto, accarezzandomi con il loro corpo nudo. Ma, mentre l’eccitazione mi conduceva a condividere la loro euforia, il levigato calore delle forme femminili diveniva quasi d’improvviso una fresca e morbida carezza, simile allo sfioramento dell’erba del prato sulla pelle.
All’emergere da uno di questi vaneggiamenti del pensiero, sentii un suono reale (o almeno così mi pareva), che tentava di sottrarmi al mio persistente torpore.
Una voce mi chiamava nella notte: “Jorg, Jorg, aprimi, sono sola”
Poi cominciai a udire un canto dolcissimo, accompagnato da un suono che pareva uno stormire di fronde. Capii che dovevo resistere, anche se il canto era legato a una musica ammaliante, prodotta da uno strumento che non avevo mai udito, qualcosa di simile a un’arpa eolica, ma stranamente indefinito e portatore di significati e di accorate invocazioni.

“Apri, apri la finestra, Jorg!”
La voce si faceva quasi imperiosa, cercava d’imporre il suo dominio, approfittando della scarsa resistenza che le menti ancora immerse nella dimensione del sogno sono in grado di opporre.
Ero in piedi, ora, e cercavo d’individuare l’origine di quel richiamo.
Guardai fuori dalla finestra e provai quasi la sensazione di contemplare il passato.
Era come se gli anni non fossero trascorsi dal tempo in cui Georges Langlois era stato sedotto e trascinato nella selva dalla sua bionda amante.
La figura bianca era sempre lì, in attesa dell’uomo che avrebbe portato con sé nella selva, il suo viso stupendamente delineato, luminoso come se la luna piena lo illuminasse da vicino, sembrava quello di una donna che attende l’amante per trascorrere insieme a lui una notte di delizie.
La sonnolenza indeboliva la mia volontà e dava forza a quell’essere, che lanciava il suo misterioso invito.
Evitai di guardarla e ordinai a me stesso di sottrarmi alla vista di quell’immagine, che non poteva, non doveva essere vera, ma solamente un riflesso dell’annebbiamento della mia capacità di interpretare con esattezza la realtà. Ero ormai quasi al centro della stanza e mi precipitai verso il tavolo, Sollevai da questo la croce e tenendola con entrambe le mani la appoggiai sul vetro; solo allora, finalmente, mi arrischiai a guardare verso l’esterno. La figura bianca aveva alzato le braccia, come se volesse con quelle raggiungere la finestra e penetrare nella camera.
Ma quando si accorse della croce, il viso che mi guardava da fuori improvvisamente mutò espressione e il dolce aspetto iniziò a tramutarsi in una manifestazione visibile di orrore; lentamente il colore luminoso iniziò a solcarsi di grigie rughe senili e mi parve che quell’essere stesse per emettere un grido disperato.

Comunque nulla si udì all’esterno, mentre un grido di smisurato terrore e sgomento risuonò all’interno della casa. Quel suono violento mi distrasse per un attimo dall’immagine che era apparsa in giardino e mi rivolsi istintivamente verso la porta della camera. Quando mi voltai a guardare dalla finestra, vidi solo arbusti e fiori e le sagome più distanti degli alberi.
Mi rivestii alla meglio e uscii dalla mia stanza, scendendo nell’area inferiore da cui proveniva un gran trambusto.
La stanza di Valérie era fiocamente illuminata e varie figure si agitavano e discutevano al suo interno. Non era stata accesa la luce principale, ma quella che si trovava sul comodino, alla sinistra del letto. Appena entrai, ancora in stato di parziale confusione, notai soprattutto le grandi ombre dei presenti, proiettate sui muri, poi riuscii a individuare la signora Kerouac e due uomini che non conoscevo. Uno era un cameriere di mezza età che non avevo notato fino a quel momento, l’altro era un medico di Lione che era per caso alloggiato nella locanda. La piccola Kerouac era distesa sul letto e sembrava in stato d’incoscienza; muoveva convulsamente la testa e le braccia, e pronunciava parole incomprensibili in un linguaggio che pareva un antico parente del gaelico. Le tre persone erano state svegliate dall’urlo che proveniva dalla stanza di Valérie. La madre e il cameriere erano accorsi immediatamente, ma subito dopo si era aggiunto il medico, che non sapendo come intervenire e non comprendendo la causa del malore proponeva un ricovero immediato.

La ragazza fu portata a Rennes, dove riuscii a farla ricoverare nell’ospedale diretto da Paul Lamarre, un mio buon conoscente. Paul accolse con notevole scetticismo le mie spiegazioni su quella strana notte e attribuì le condizioni della giovane paziente a un grave trauma nervoso, che doveva avere cause diverse da quelle, fantasiose, che sia io che la madre eravamo in grado di fornire.
Decisi di trattenermi nella zona fino a che non si avessero notizie sullo stato di salute di Valérie. La vedova Kerouac chiuse per un breve periodo la sua attività e mi pregò di rimanere presso di lei in qualità di ospite. Accettai di buon grado e approfittai del periodo di riposo per ispezionare il bosco; ma pareva che ormai in quel luogo non vi fosse più nulla di misterioso da esaminare e, malgrado le mie fantasie erotiche notturne, la padrona di casa, angosciata per la sorte della sua unica figlia, non manifestò alcun desiderio di una relazione che travalicasse i limiti di una casta amicizia e, d’altra parte, alla luce del giorno e senza l’ausilio di una buona dose di calvados, il suo aspetto non era tale da giustificare una folle e fatale attrazione.
In ospedale fecero a Valérie le analisi di rito e riscontrarono notevoli anomalie nella struttura ematica e nello stesso sviluppo del sistema cardiovascolare. Le cure intensive alle quali Lamarre la sottopose migliorarono però le sue condizioni in un tempo relativamente breve.
Lentamente la ragazza recuperò un colorito più sano e alla fine non ricordava nulla dello strano malore che l’aveva colpita qualche settimana prima; non c’era più motivo per trattenerla in una struttura ospedaliera e pertanto la vedova Kerouac poté riavere la figlia con sé.
Anche in casa la situazione si era normalizzata e le presenze che avevano infestato quei luoghi sembravano essersi dissolte, come per magia. Benché a malincuore, anch’io ritenni opportuno lasciare la Bretagna e tornare alla mia vita e ai miei amici.
A quanto ho saputo qualche anno dopo, Valérie è cresciuta in maniera normale, dopo la sua strana adolescenza, e ha sposato uno dei medici di quello stesso ospedale in cui l’avevo fatta portare. In qualche modo ero stato artefice del suo destino.

1. Simon Pelloutier, Histoire des Celtes: et particulierement des Gaulois et des …, tome 2., A Paris : Impr. De Quillau, 1770.

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