L’amante dei troll

(Dal diario di Jorg van Hujppel)

Durante una delle mie peregrinazioni verso nord mi trovai improvvisamente a Trollfjell. Il paesino non era nemmeno raffigurato nella carta geografica che mi ero portato dietro e la cosa era facilmente spiegabile. L’abitato era costituito, infatti, da un esiguo numero di case in legno, dipinte con colori brillanti, così da spiccare nel frequente grigiore. Il clima era piovoso, come in tutte le località norvegesi della costa atlantica, ed estremamente mutevole. Più in alto, quasi inglobate nella foresta, vi erano diverse case isolate, dove abitavano le famiglie che vivevano sfruttando le risorse della foresta, anziché quelle del mare. Erano queste case che s’incontravano per prime al termine della strada, arrivando dalle città del sud. Una volta la zona era nota per essere ricca di metalli e una miniera, forse ancora in parte utilizzata, doveva trovarsi sui rilievi montagnosi che stavano a nord dell’abitato e che in qualche misura lo proteggevano dai gelidi venti che scendevano dal polo.
Non avevo visto nessuno per chilometri, per ore, sulla stradina stretta che attraversava una foresta selvaggia, fino al piazzale da cui si staccava un cammino acciottolato che scendeva verso il villaggio, visibile in lontananza, ma offuscato da una caligine verdognola.
Un vecchio, dall’aspetto roccioso e robusto, stava sullo spiazzo davanti a una costruzione in legno, che doveva essere la sua casa. Mi fermai nel piazzale, per riposare e chiedere informazioni a quella provvidenziale apparizione. “Il mio nome è Jorg, Jorg van Hujppel,” mi presentai; “sono olandese”, aggiunsi, come per giustificare il mio cognome, che doveva suonare esotico, a quelle latitudini.
L’uomo mi ascoltò, sembrò comprendere il mio nynorsk approssimativo e venato di tedesco e nederlandese, e mi rispose in modo appropriato.
“Mi chiamo Lars Nielsen e abito qui”. Il suo tono era piuttosto ruvido, ma i modi e le parole sembravano cortesi.
“Avete già trovato un posto per dormire? Altrimenti potete sistemarvi da noi, almeno per questa notte”. Mi disse che capitava di rado che qualcuno si fermasse in quel paesino di pescatori e di legnaioli; ma quando qualcuno arrivava, lui era lieto di accoglierlo, naturalmente dietro un giusto compenso.
Pensai che dovevo fermarmi per la notte: ero troppo affaticato e non sarei stato in grado di rimettermi in viaggio senza un giusto riposo e una buona colazione.
Mi accompagnò fino alla casa, passando a fianco del deposito del legname: aveva il passo lungo e strascicato di chi è abituato a usare gli sci di fondo per spostarsi nelle valli, d’inverno.
Un vento bizzarro soffiava a raffiche dal fiordo e penetrava in profondità nella casa, con un sibilo inquietante, che pareva una voce.
“Stanotte passa il re dei troll”, borbottò Lars.
La casa, all’interno, sembrava abbastanza curata ed era arredata in maniera sobria e tradizionale. Gli oggetti appesi erano d’uso comune. Il camino era ancora a legna e i ciocchi non erano stati sostituiti dal kerosene, come avveniva in altre zone, meno ricche di alberi. Un palco di renna era appeso nel soggiorno, dove esercitava forse una funzione di attrazione turistica.
S’ìndovinava all’interno un’altra presenza e, a giudicare dal suono dei passi, doveva trattarsi di una presenza femminile.
Presto quell’essere sconosciuto apparve e mi fu presentato dal padrone di casa: “È Silje”, fece, “mia figlia”. Non c’era nessun compiacimento nelle sue parole; era come se presentasse un dato di fatto, una realtà oggettiva e ineluttabile, sulla quale egli non aveva potere e per la quale non provava interesse.
Silje mi guardò con indifferenza; non si avvicinò e il suo volto non manifestò nessun sentimento.
Era ancora giovane, il suo corpo era ossuto e robusto; gli occhi erano chiari e sembravano guardare lontano.
Il sibilo del vento si sentiva anche dentro l’abitazione e, di nuovo, il vecchio Lars borbottò qualcosa sul re dei troll e sulle sue visite.
“No, non me lo porterete via”, gridò allora Silje.
Il suo viso aveva perso la sua glaciale fissità e ora esprimeva una rovente disperazione.
Non compresi le altre cupe parole che i due si scambiarono a voce bassa, anche perché non conoscevo il motivo della contesa. Poi il padrone di casa lasciò la figlia, rientrata in una delle stanze da letto, e mi accompagnò alla camera in cui avrei dovuto passare la notte.
La stanza era spartana ma gradevole: il colore del legno, il profumo del legno pervadevano ogni cosa.
Il sibilo del vento si era fatto più insistente e, guardando fuori, dalla finestra che si apriva in direzione della costa, sembrava che la nebbia verdognola si andasse diradando.
Nel piazzale, a pochi passi dalla porta, la donna, Silje, guardava verso il mare, che però da lì era invisibile. Aveva accanto un fagottino, che sembrava un bambino: doveva essere suo figlio.
Improvvisamente il bambino percepì la mia presenza e si voltò, guardando verso la mia finestra. Aveva un viso enorme e verdastro e da quel viso mi fissavano due coppie di occhi acquosi e verdognoli.
Rimasi paralizzato a guardarlo, mentre una sorta di terrore irrazionale penetrava nel mio cervello, raggelandomi più del freddo che incominciava a calare sulla costa.
Cercai una giustificazione logica a quello scherzo della natura e pensai alla miniera, le cui esalazioni potevano forse produrre un effetto teratogeno.
La vista di quell’essere inimmaginabile mi aveva tolto la voglia di riposare e, d’altra parte, era ancora presto per mettermi a letto.
Scesi in paese e pensai di chiedere notizie sulla strana famiglia che mi ospitava. Le case sembravano deserte; l’acqua nera del fiordo rumoreggiava pochi metri più in basso e in lontananza, bianchissima, si ergeva una chiesetta.
I pescatori stavano seduti su lunghe panche di legno a bere birra nell’unico locale aperto. Molti guardavano fuori, verso il sole pallido che non si decideva mai a tramontare, per lasciare spazio a una breve umida notte.
A un’estremità dell’ampia area interna due uomini giocavano a scacchi, su una vecchia scacchiera in cui i pezzi della casa bianca si erano scuriti per l’età e per l’uso. Uno dei due aveva un viso pallido e allungato e portava occhiali cerchiati di metallo; l’altro aveva un colorito più sano e il viso tondeggiante di chi ama il cibo e la birra.
Chiesi se si poteva avere qualcosa da mangiare. Non c’era molto da scegliere, ma alla fine riuscii a rimediare della carne affumicata, servita con una salsa di panna acida.
Poiché tutti mi guardavano come se avessero visto nel fiordo un pesce tropicale, dichiarai la mia provenienza e spiegai che facevo lo scrittore e giravo per i paesi del nord in cerca di spunti per le mie storie. Dissi anche che per la notte mi sarei fermato dai Nielsen, nella loro casa in alto, sul piazzale. Il fatto che parlassi, sebbene in maniera imperfetta, la loro lingua, aveva scosso la loro impassibilità e il fatto che non fossero costretti a usare l’inglese, come di solito avveniva con gli stranieri, evitava che la conversazione si limitasse a pochi banali e triti convenevoli.
Anche i giocatori di scacchi furono per breve tempo distratti dalla loro partita e accettarono di rivolgermi la parola, usando il loro dialetto occidentale.
“È vero che stanotte passerà il re dei troll?”, chiesi.
Il viso degli uomini si fece cupo e uno di loro sentenziò:
“Allora il bambino dei Nielsen se ne andrà”.
“Cosa vuol dire?”
Da molti anni nascevano a Trollfjell delle creature malformate, con due teste o quattro gambe.
Questo succedeva perché da tempo immemorabile i troll, che abitavano quelle terre quando ancora gli uomini non si erano spinti fin lì, si univano carnalmente con le ragazze del luogo e non sempre l’unione tra i troll e gli umani dava buoni risultati.
All’inizio della storia, il re dei troll scendeva in paese, di notte, preceduto dal suono sibilante emesso dagli strani uccelli che lo trasportavano in volo per tutto il suo territorio, ed esigeva l’offerta di un bambino, o di una fanciulla, che sarebbero vissuti nel mondo dei troll. Era un tributo necessario per assicurare tranquillità e buona fortuna al paese e la benevolenza da parte del sovrano di quel misterioso reame non umano che confinava con la nostra terra.
Ogni tanto capitava che questi bambini dall’aspetto mostruoso scomparissero nel nulla o morissero improvvisamente e la tradizione voleva che il re dei troll li portasse via con sé nelle notti di vento.
“Naturalmente si tratta di una leggenda”, disse il giocatore di scacchi dal viso largo, che gestiva la farmacia del paese. “I bambini malformati hanno una vita breve e di solito muoiono improvvisamente, per problemi cardiaci o respiratori”.
“Ma nascevano tanti bambini a Trollfjell?”, obiettai, pensando alle poche case che costituivano il paese.
Mi risposero che allora il villaggio di Trollfjell era più esteso e molti vi si fermavano per lavorare a Gammelgruva, la miniera, che stava su, in montagna.
Poiché sembravo interessato alle tradizioni locali, gli anziani abbandonarono la loro naturale riservatezza e accettarono di raccontare qualcuna delle loro storie.
Venni così a sapere molte cose sul popolo dei troll, che viveva su nei boschi e non si faceva vedere perché non voleva essere contaminato dalla vita e dalle abitudini dell’uomo.
I troll si cibavano dei frutti e degli animali del bosco e frequentavano ancora una vecchia miniera abbandonata, che loro continuavano a utilizzare, conoscendo vene nascoste, e che forniva metalli e pietre.
Non erano malvagi, ma amavano molto le burle e si divertivano a spaventare le loro vittime, che rimanevano sconvolte dopo un incontro con il loro mondo.
Apparivano mostruosi e deformi, con caratteristiche animali e vegetali insieme, come se rappresentassero la quintessenza della natura, nei suoi lati più angosciosi. Ma c’era chi li aveva visti senza il velo che caratterizzava la vista umana e giurava che erano belli come angeli.

II

Quando risalii alla casa dei Nielsen, vidi che lontano, in montagna, apparivano strani fuochi, tizzoni ardenti nella notte. Ne parlai con il padrone di casa, chiedendo se per caso in montagna ci fosse una riunione degli abitanti del villaggio. “No, sono loro, i troll”, disse Lars: “è lì che si riuniscono”.
Il vecchio continuava a esporre le sue bizzarre teorie, come se ci credesse veramente.
Non avevo voglia di approfondire quell’argomento e mi avviai verso la mia stanza per riposare. Un’altra stanza, forse quella di Silje, era illuminata; ma non riuscii a vedere né lei, né la sua strana creatura.
Mi sentivo molto stanco, ma come accade frequentemente a chi sperimenta un nuovo letto, non mi addormentai subito. Da ogni punto della casa giungevano al mio cervello scricchiolii di origine ignota che mi impedivano di assopirmi; erano inquietanti, ma in fondo razionalmente spiegabili in una casa interamente costruita in legno, e alla fine il sonno prese il sopravvento sulla paura.
Quella notte mi sembrò di sognare. Ero salito su per un viottolo che s’inoltrava nella montagna e mi ero avvicinato al fuoco che avevo scorto in lontananza. Mentre mi accostavo a quello che sembrava un accampamento, sentivo suoni striduli e beffardi, che parevano generati da qualche stravagante strumento musicale, accompagnati da un gracchiare animale, che lanciava al cielo o all’inferno serie di note che nessun pentagramma umano avrebbe osato rappresentare.
Un insieme di figure bizzarre stava in cerchio accanto al fuoco. Sembravano tutti impegnati in una danza che si risolveva in un coacervo disordinato di guizzi e piroette, totalmente privo di grazia e di compostezza.
Mentre assistevo stupito a quell’inatteso spettacolo, mi sentii afferrare per le braccia e trascinare come da una forza sovrumana verso il gruppo che danzava. M’immobilizzarono con quelli che sembravano robusti tralci di una qualche pianta rampicante e mi depositarono per terra. Il gruppo venne a vedermi e mi scrutava con curiosità.
“Non mi sembra di queste parti”, disse qualcuno.
“È un uomo e ci stava spiando”, gracchiò una voce. Incredibilmente il loro linguaggio era una sorta di danese arcaico, che riuscivo però a comprendere abbastanza bene.
Uno di loro, una specie di batuffolo stopposo dalle zampe di capra e con due cornine aguzze che spuntavano dalla fronte, sembrava il più scatenato; molti altri esseri gli davano corda. “A morte”, squittiva un gruppo di esseri dall’aspetto ferino, ricoperti da un fitto pelo verde, che pareva un prato.
Ma una specie di grosso capro dalla lunga barba, che pareva avere una superiore autorità ricordò: “Non abbiamo motivo di uccidere gli umani, ora sono in pace con noi”. “Ma signore”, obiettò qualcuno; “ci ha visto con il suo sguardo umano e potrà raccontare di noi. Saremo in pericolo”.
“Non lo farà, disse il capro, e, se lo facesse, chi gli crederebbe. Da loro, chi racconta storie come queste finisce rinchiuso in una grande casa con tante stanze e tanti corridoi e un enorme giardino, circondato da muri e cancellate altissime”.
“Perché non lo accogliamo tra noi”, disse una voce femminile. Mi voltai verso la voce e vidi una nanerottola dal viso verde bosco, con due piccole zanne che scendevano dalla bocca e con gli occhi felini di color verde acqua. Aveva i vestiti strappati e sporchi e le gambe storte, ma pareva almeno in parte umana. Si avvicinò zoppicando e mi guardò di sbieco, agitando nervosamente una lunga liscia coda da topo.
“Operiamolo!”, gridò un batuffolo informe, sostenuto da due storte zampette canine; le sue braccia erano piccoli tronchi nodosi e le mani erano simili a foglie.
“Hai ragione, figlia”, fece il capro. “Dovremo operarlo e dargli la vera vista”.
“Sia fatta la volontà del re”, cantò una specie di coro dalle voci discordanti e fastidiose.
Ero terrorizzato: stavano per sottopormi a qualche diabolica trasformazione, che non mi avrebbe più consentito di tornare com’ero prima, e avrei percepito il mondo con la vista di un troll!
“Lasciatemi andare”, gridai, ma le corde di giunchi che mi stringevano erano solide e indistruttibili e, considerata la mia riluttanza, i miei carcerieri le strinsero ancora di più. Non persero tempo e presto un essere barbuto dagli occhi equini si avvicinò a me con degli strani legnetti tra le mani: “Un’incisione, basta un’incisione”, disse. Gli altri borbottarono qualcosa che doveva essere una risata, ma che pareva uno sghignazzare infernale.
“No”, urlai, “no”, mentre la voce già non mi usciva più dalle labbra, e svenni.
Non so quanto tempo sia passato; ma al mio risveglio mi trovai ancora nella foresta. Non ero più legato, ma non sentivo nessuna voglia di muovermi e fuggire, anzi una strana dolcezza mi pervadeva. Mi sembrava di conoscere l’ambiente che mi circondava, come se ci fossi vissuto da sempre. Vedevo le piante e riconoscevo abeti e betulle, le varie specie di essenze e frutici del sottobosco. Il fuoco era sempre vivace e anzi sembrava dare più luce di prima. Ma quello che mi sembrò ancora più incredibile fu il suono incantevole che sembrava provenire dagli alberi, un suono di arpa eolica, prodotto da qualche sconosciuto strumento collocato nella foresta.
Tutto sembrava cambiato e rinnovato. Lentamente iniziai a distinguere anche le figure che stavano attorno al fuoco o che danzavano tenendosi per mano: erano figure umane, bellissime e chiare, di una luminosità che pareva provenire dall’interno. Si vedevano uomini e donne, completamente nudi e dal corpo perfetto, che danzavano e cantavano con delle voci melodiose e piacevolmente intonate. Qualcuno richiamava alla mente volti che sembravano riemergere dalla mia memoria. Una delle donne, in particolare, assomigliava alla figlia di Lars; solo che, mentre Silje aveva un’espressione triste e assente, la donna che danzava esprimeva serenità e gioia. Poi, improvvisamente, vidi uno di quei corpi staccarsi dal gruppo e venire verso di me: era una donna dalle forme armoniose, unite a un viso incantevole. Una cascata di capelli biondi le scendeva fino alla cintura e il sorriso era quello di un giardino a primavera. Mi alzai, dal letto di foglie in cui ero disteso, e me la trovai di fronte. Lei mi aiutò a spogliarmi completamente, poi mi abbracciò e con le braccia incominciò ad accarezzarmi. Scosse la testa per allontanare i capelli dal viso e mi offrì la bocca che era morbida come un frutto maturo. Ci stendemmo sulle foglie e la sua pelle, che aderiva alla mia in un’unica conturbante carezza, era soffice e levigata come i petali di un fiore.
Nella pienezza del mio desiderio entrai con una spinta quasi inconscia in quel sublime contenitore di dolcezza e mi accorsi che il mio piacere continuava ad accrescersi a dismisura, per un tempo incredibilmente lungo, con una progressione lentissima e costante, che si concluse con un’esplosione interminabile e selvaggia, proiettata al di là della vita e del pensiero, in un oltre in cui l’esperienza umana desidera immergersi da sempre, senza mai raggiungerlo.
In tutta la mia vita non avevo mai provato e non avrei mai provato in seguito una così assoluta beatitudine: era come volare senz’ali, percepire l’universo, diventare un suono, un profumo.
Quando tornai ad avvertire la nostra realtà e a muovermi nel nostro letto di foglie, lei mi parlò.
“Mi riconosci?”, disse, “sono la figlia del re”, Naturalmente non riuscivo a crederle; come poteva quella stupenda creatura essere la nanerottola zoppa e dal volto verde che il re dei troll aveva chiamato figlia? Eppure il suo sguardo era intenso e particolare e il colore verde acqua era lo stesso degli occhi dello strano e grottesco essere che aveva chiesto al re dei troll di accogliermi.
Veramente in me qualcosa doveva essere cambiato e in quel momento ne ero felice, come se finalmente avessi acquisito la capacità di gustare quella bellezza divina che era diffusa nell’universo e che gli uomini non riuscivano a scorgere.
“Voglio lasciarti un dono”, disse la figlia del re, con la sua voce mirabilmente melodiosa, “così ti ricorderai di me”. Mentre pronunciava queste parole, mi porse una piuma dai colori mirabili e cangianti, molto più ricchi e iridescenti di quelli del piumaggio di un uccello tropicale. Poi un irresistibile sopore scese sui miei occhi e ogni sensazione lentamente si dileguò.

III

Il sole era sorto da un pezzo, quando mi risvegliai nel letto della stanza della casa Nielsen. Feci una gran fatica a recuperare energia e lucidità e a riconoscere il luogo in cui dovevo aver passato la notte. Sollevai il piumone e cercai di mettermi a sedere sul letto; ma una coltre invisibile sembrava pesare sui miei occhi e sui miei movimenti, che apparivano inverti e rallentati.
La casa era incredibilmente silenziosa. Nelle stanze da letto non sembrava esserci nessuno, ma anche il tinello era deserto. Volevo andare via; mi sentivo spossato e confuso e non volevo affrontare un’altra notte in quello strano posto. Non avevo altro desiderio, se non quello di interrompere il viaggio per tornare alla mia vita, al riparo dalle bizzarrie di quel villaggio che pareva stregato; ma dovevo almeno rivedere il padrone di casa, per pagare il costo del mio pernottamento.
Quando ormai cominciavo a temere che qualcosa di terribile fosse accaduto, alla fine Lars apparve all’ingresso. Camminava pesantemente e si mise subito ad armeggiare per preparare la colazione. Gli dissi che avrei preso solo un te. Faceva freddo e una bevanda bollente era la cosa che gradivo di più in quel momento. Inoltre speravo che il te riuscisse a cancellare i resti di tenebra che mi erano rimasti appiccicati alle palpebre, anche se ormai il chiarore del giorno s’insinuava tra le cose, rendendole quasi rilucenti di un limpido freddo brillio.
Ero curioso e gli chiesi, nella maniera più cortese possibile, notizie di sua figlia. Sembrò non sentirmi o non comprendermi e continuò, in maniera meccanica, a manovrare bollitore e stoviglie; poi parlò improvvisamente.
“Se n’è andata”, disse e fece una pausa, “ora devo abituarmi a stare solo” aggiunse; ma pronunciò queste parole come se parlasse a se stesso.
Compresi che non c’era più molto da dire. Pensai che probabilmente Silje, interpretando le strane parole del padre come una minaccia per la vita del figlio, l’aveva portato con sé a Gammelgruva o da qualche altra parte e che il vecchio Nielsen avrebbe continuato a girare, sempre più incupito, tra le stanze della casa vuota, fino a quando il suo tempo non si fosse concluso.
In silenzio presi il mio te e mangiai i crostini con la marmellata che Lars aveva preparato, anche se non li avevo chiesti espressamente. Forse facevano parte della colazione standard che si era abituati a servire agli ospiti e si dava per scontato che, prima di affrontare una nuova giornata, si dovesse pur mettere qualcosa di solido nello stomaco.
Fui lieto della cortesia, perché nel frattempo l’appetito era riapparso, e perché la marmellata di frutti di bosco era deliziosa.
Pagai quanto concordato, in corone, e caricai in macchina le poche cose che avevo portato con me per la notte.
Quasi un’ora più tardi, ero nuovamente sulla strada principale, che mi conduceva a Bergen, lontano da quel villaggio desolato e da quel mondo immerso nelle fantasie dell’immaginario popolare.
Nel pomeriggio potevo finalmente riposare nella storica città di Bergen.
Camminando tra le case colorate del porto di quell’antica città anseatica, muovendomi tra i banchi del Fisketorvet, visitando i suoi musei, mi sentivo nuovamente nella realtà moderna ed europea a me abituale.
Dopo un paio di giorni di sosta a Bergen, ripresi il viaggio verso il mio mondo, razionale e tecnologico.
Tornato ad Amsterdam, a casa mia, nel conservare l’ abbigliamento da viaggio, da tenere pronto per altre avventure, ho vuotato le tasche del mio giubbotto e ho trovato, in uno dei tasconi interni, qualcosa che non avrei mai voluto scoprire.
Vera e tangibile, in tutta la sua colorata magnificenza, era saltata fuori dal buio di quel nascondiglio una piuma iridescente.
Improvvisamente, un liquido velo tornò a depositarsi sui miei occhi e un sudore freddo mi bagnò la fronte.
Aveva ragione la figlia del re dei troll: mi sarei sempre ricordato di lei; purtroppo in tutt’e due gli aspetti, quello armonioso e angelico, ma anche quello mostruoso e ferino, che mi aveva mostrato prima della mia trasformazione. Mi colse allora un’angoscia senza pari, per quella inusuale commistione di sogno e realtà che mi accadeva di sperimentare e per la sostanziale sfiducia nelle mie facoltà percettive che ne derivava.
Qual era la realtà oggettiva, quella della visione umana o quella, apparentemente superiore, dei troll? E infine poteva un sogno avere una tale forza da lasciare una traccia mediante un oggetto reale, fosse pure lieve e tenue come una piuma?
Non sono più stato dalle parti di Trollfjell, ma per anni ho temuto che si presentasse alla mia porta una donna zoppa e deforme, con un frugoletto con quattr’occhi e una coda topesca, e che mi dicesse: “Guarda, è tuo figlio, non vedi com’è bello”?

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5 risposte a L’amante dei troll

  1. stileminimo ha detto:

    Questa è davvero, davvero bella! Ne aspetto altre, sì?
    Ma poi mi chiedo: magari si sarebbe presentata alla porta una donna bellissima con un bambino altrettanto bello… perchè proprio due troll? Non aveva imparato a vedere i troll con gli occhi della magia ormai?

  2. stileminimo ha detto:

    La foto, poi, è… perfetta, inquietantemente perfetta.

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