Canti per le confuse stagioni

tronchi a Trieste


Canto d’autunno

Quanti piccoli uomini
Quante piccole donne con scarpe troppo grandi
con troppo amore con troppa incoscienza
con troppa immodestia
Un velo nero già ricopre i sogni
inconsapevoli

Qualcosa forse sta cambiando e il cielo
è meno assurdamente azzurro e vuoto
Forse qualcuno guarda
o qualcosa attraverso oscure nubi
forse è solo illusione o derisione

Chi ci ha lasciato soli
a scommettere i giorni con i dadi
di un’acuta speranza
liscia e tagliente urlata come freccia
a un incerto futuro?

Così trascorre il tempo in quest’autunno
di vibranti dilemmi di catene
imposte o immaginate di teoremi
che si sciolgono al fuoco
e lentamente calano
pervadendo la sabbia

Feux d’artifice

Feux d’artifice
pour la fête de qui ?
L’esclavage peut-être

un mondo di plastica molle
e angoscia vera
no escapeway sir

feux d’artifice
à la rive du lac

figlio di questa angosciosa incertezza
getti d’acqua beffardamente spruzzati
accecato dai suoni
favolosi nel cranio
che battono veloci
e furiosi ti assalgono

cerchi una via di fuga
luci – morti improvvise e improvvide
introvabili storie
indicibili musiche

scardinate violenze
inerpicate
e tuffate nel cogito
disseminate e perse
senza pudore

abbandonati – sogna
non cercare – rinuncia alle parole
il futuro ti perde ed il presente
non si ferma a guardare

nella notte abbagliata
tra i rami uccelli cantano
all’alba finta

helpless – disperato
inibito – fiaccato
solo dinanzi ai fuochi del potere
ai miti ai giochi
frastornato – incantato
invogliato alla resa

anche i sogni ora espongono
bianchi vessilli ed anche la bellezza
si rivela ingannevole
come una fiaba

Canto di primavera

Occhi – occhi – occhi scoscesi a celebrare
bertovelli che filtrano le acque
ancorati al respiro della terra
e delusi dal vuoto che si svela
Oggi si ride francamente al vento
garriscono colori e il chiaro esplode
in frammenti di fremiti ammaliati
da insospettati abissi di dolcezza

Da dove giunge il suono incatenato
dei numeri segreti dove arriva
senza coscienza il volto dei piaceri
che riemergono all’aria nel curvarsi
occiduo dei pensieri un nuovo tempo
forse propone volti e desideri
dove il nulla danzava dove il sogno
già si spegneva e subentrava un cupo
aleggiare di fiati e di tormenti

Riposano sigilli e ceralacche
nell’angoscia del tempo nuovi fumi
rivelano camini e fuochi antichi

Gli uomini stanno attoniti umiliati dal fluire di tanta bellezza si riversano per le strade a berne il travalicante potere ammaliati estenuati
La loro miseria si tinge d’aurora l’inganno di trilli di perla
Desiderio rapito in un cristallo sfuggente e viperino
diventa carne e sangue gemma e fiele e fuoco
il porco che gradì le margarite
mangiatore di frutti sconosciuti
profanatore di vergini
colpevole
colpevole
appeso ad una quercia ad osservare
la propria morte

bocche – bocche – bocche che tempestano l’aria
e il fumo che si leva dalle pietre
e diventa uragano

giacevi fatto a brani e seminato – disseminato
l’amore ti raccoglie e ti rigenera
sacrificale vittima a te stesso
germogli al buio
esplodendo tra i gigli a primavera

tu farfalla assassina dal ruggito di tigre
perennemente in cerca di un diluvio
che lavi le tue macchie
e stinga il nero pece dei tuoi occhi
e dissolva lo zolfo

Canzone d’inverno

A volte restano
spicchi di luna tristi
e una ragazza che cammina in fretta
perché la strada è buia

Non si trova il congegno
che risolva l’enigma
come combattere il cancro con la chitarra
o la follia col terrore
e non si sa che fare
quando la morte semina i suoi frutti
le sue foglie di polvere
quando la rabbia avanza
senza motivo
senza più tregua
il destino che batte ad ogni porta
senza pianti né risi indifferente
svuota le strade vomita rifiuti
e lento nulla addensa

Eppure il sogno sfugge
e incoerente sorride
come se il vento più non raggelasse
ogni gioia e il terreno inaridito
non soffocasse i semi
strade senza cartelli
si perdono dovunque
qualcuno segue il fiume
che scorre verso il sole ormai lontano
che ha smesso di bruciare
qualcuno lentamente in bicicletta
si ostina contro vento
qualcuno guarda l’acqua
– ma quanto è lenta a scendere la luna! –
e alla luce indecisa
sposta le pietre e i ciottoli silenti
forse cerca qualcosa
poi torna indietro solo le zanzare
resistono nel buio

Canto di fine inverno

Rumori densi giungono dal fronte
della strada scoscesi
unidentified
mentre le voci note
si aggrovigliano instabili
Lasciaci lavorare ragazzino
ti potremmo insegnare tante cose
che mai potrai sapere
e nemmeno sperare
di conoscere
democrazia democrazia
oppio nuovo dei popoli
lasciaci lavorare non capisci
perché discuti cose che non sai
ti riavvolgi nei sogni
lanci parole al vento
uno starnuto
uno sguardo sui tetti
meteoriti che piovono
inaspettati
sugli abitanti attoniti
col naso al cielo

Strane voci paure
di nuovi modi e tempi
lo streaming di un filmato
non pervenuto
attese
inutilmente spese
banda larga salvifica
divoreremo immagini e parole
suoni di burro e salvia colorati
di verde cotto e strombi
acculturati
penetrati di luce

Qualcosa sta cambiando
ma non sappiamo come
né dove non sappiamo non sappiamo
incoscienti e ignoranti
decisioni
promesse
decisioni
disperate lavoro insufficiente
dentro il mercato
niente
come sotto il vestito
che non copre l’angoscia

Qualcosa sta cambiando
ma non saranno gemme
e l’edera non muore né attecchisce
rimane là in attesa fuori
nel terrazzino
con il freddo che stinge
la volontà l’amore
l’amore stesso per la vita
innocente indecente inadeguata
violino senza musica
candela senza fiamma

Immaginare stelle sotto il lento
incedere di brume
prima che si sprigioni il forte vento
non tutti sanno spesso un dolce inganno
li precipita come un sordo sasso
nell’acqua scura
non di tutti è il sapere e la coscienza
è una dura conquista
Lasciaci costruire
non conosci le regole
gli strumenti
ti abbiamo
inondato di fiabe
Non puoi giocare
il gioco è riservato
ai tesserati
I requisiti i meriti acquisiti
noi soli valutiamo
la grazia la sapienza la ragione
nel prato del successo noi cogliamo
invisibili fiori

Canzone a Pan

L’iride brilla tra le chiazze impure
calando i prati dentro gabbie mute
mentre il terrore incombe del meriggio
Eccomi – Pan – di amanti senza patria
portati da catene di parole
non è più tempo più non si sdipana
il groviglio dei segni
il tormento dei sensi
Non ha più senso il rauco spumeggiare
tra le corvette il saltellio di merli
e gazze l’infinito immaginato
e il finito presente
Raggelato mi stendo in una luce
che non dà pace in una selva rude
che la tempesta ignora
nemmeno una parola
esce dalle mie labbra
Non c’è fiamma ripenso non c’è fiamma
né carta da bruciare
e anche il vento è cessato all’improvviso
Ho scoperto la ninfa
che si ammirava curva sullo stagno
perfette le sue spalle e i suoi capelli
incorniciano il tempo
chiuso e spento nel freddo della gora
che ha un chiarore di luna
ora che è ferma e più non corre l’acqua
ad avviare il mulino
Ma se il turbine torna e ricomincia
il raggrinzarsi della luce crolla
il cielo e palpitando l’emozione
riproduce l’angoscia
Il metallo riemerge da ogni stelo
e ogni fiore trasuda idrocarburi
mentre appassisce e muore
L’universo così rivive e scorre
ad ogni morte stritolando sogni
e le piccole zolle in cui si ostina
la vita a germogliare sono fumo
di un labirinto eterno

Al Parco delle cave

Fa freddo e un vento spira
che l’acqua raggrinzisce
il sole è un’illusione
al Parco delle cave
colori dell’inverno
tingono
stranamente
erbe cielo e sentieri
gente cammina in fretta
qualcuno in bicicletta
si muove per andare
mentre il cervello pensa per pensare
qualcuno si è stancato
orizzontali
lamine
sconosciuti animali in lento volo
portare a spasso il cane
annusando il respiro
della vita accerchiata
da case in lontananza
di un mondo divorato
incautamente
pare un sogno anzi un incubo sottile
popolato di mostri da mirare
diffusamente immersi
e rauco un gallo canta
a Cascina Linterno
ad Infernum
lontano
poggiati a pelo d’acqua
coccodrilli di legno
a incuriosire i bimbi
che sorridono ancora
finché non giunge il tempo per capire
che solo questo è il mondo che ci resta

Déchirures

Déchirures
Toile ou velours
lips bloody lips
alourdissants
sehr geschlossenen Träume

A shocking caterpillar
seen in the sky

inclinato scosceso
sur des régards endormis
appesantito
par très lourdes pensées

mélancolie parfois
ormeggio d’acque cupe
e curve lune
je me souviens des cris
des oiseaux de lumière
a sitting pale
empoisonné

five-six-seven

Sento che qualcosa si sta rompendo – nel mio mondo – in modo casuale – immagini fioriscono – e ricordi di luoghi – e pensieri – e oggetti – di vari spazi
Disagio
cinque-sei-sette versi
Ma il gioco potrebbe continuare – troppo pesante per essere pensato.

Troppe voci e richiami – nelle lingue che ho amato
che rivestono i sogni
Altre vite e persone che mi hanno avviluppato
di sorrisi e parole
finestre vuote e nere
inerpicate
sopra volti malsani
di case abbandonate

Il y a trop de lumière
je ne peux pas dormir

five-six-seven steps

un cutxo que lladra
al costat del jardí

Com’è calma la pioggia

Com’è calma la pioggia
e come cade lenta
a diluire i sogni e le risate
uguale sempre uguale
le cose si addormentano gli odori
riemergono stupiti e deliranti
sui cupi marciapiedi

Così le case stanno
e gli ozi e le parole
i cellulari assorti ed ingegnosi
le immotivate sere
e sguardi arrampicati alle pareti
discriminati da una porta chiusa
una sera di festa

Cinque

Cinque
come le dita di una mano
era un tuo sogno
è diventato il mio

cinque
disse il postino
scendo
ma non posso
per le scarpe spaiate

cinque
pentacolare attesa
e mio padre dormiva

Cinque
agavi lunghe e dritte
forse solo un po’ oblique per il vento
foglie spinose
abbandonate
un solo fiore prima di morire

Come le dita certo
un oscuro richiamo

amarillidi
possedute e tremate
in ombra o in fiore

solo un numero certo
ma ho paura

perché la vita volge
ad altri mutamenti
e non so se la luce
mi basta per specchiarmi
non so se già è mattino
e lentamente il mondo si rivela
a chi viene dal sonno
o si volge alla sera
il correre del giorno
per soffocare nel velluto fitto
della notte abissale

Occidente

Arriva ancora il sole
invade e accende i capannoni vuoti
lo squallido restare le cavità angosciose
irte di vetri rotti
e bagna l’eleganza immotivata
e la pelle stirata delle scimmie
che sospendono il tempo
e infrangono gli specchi alle pareti
della signora di Shanghai
Nel bizzarro Occidente fantasma di se stesso
ora non ha bandiere la miseria
che ammira dagli oblò
il lato depravato della vita
depraved side of life
dei nuovi trimalcioni
annaspanti nel miele
ma tutti affonderanno con la nave
senza un grido o un lamento
Non venirmi a cercare
non rimane la neve sopra i tetti
il sole è troppo caldo
troppo dolente il solo
risvegliarsi al mattino
e non sapere dove spinge il vento
che si volge in tempesta
e non sapere dove finge il rauco
e possente richiamo
Non venirmi a cercare
dai lenti prati emergono betulle
a ombreggiare la foce della vita
in un cauto ritrarsi e le falene
inghiottite da secoli di nebbie
sono lontane attese e nel presente
canzoni mai sognate
che riecheggiano lente
in un sordo calare
Non mi potrai trovare
non conosco il mio tempo e la mia gente
non c’è un sorriso noto non c’è un pianto
che ti sappia indicare
né le felici strade
non è qui la salvezza non è questa
la calma riva dove posa il piede
del navigante dove il cielo attende
chi non arriva chi non può arrivare


Oriente

Si ristora l’asfalto
bagnato di miserie
e di lame di luna
assunte come pillole
Avanzano i Signori
con le stelle d’Oriente
l’urlo di Chen sulle pietre assordate
Aspettiamo aspettiamo
viva la nuova sintesi
il drago serpeggiante
mette in fuga gli arcangeli
viva la nuova legge
le immotivate sfere
continuano a viaggiare
ogni cosa al suo posto

Europa

Il Novecento sfreccia senza posa
un crescendo vibrante che stupisce
di gravose emozioni
Hemingway e il suo fucile
le nipoti – stupende
dallo sguardo di cielo
e la crescita ancora senza fine
e il debito lontano
che pagherà qualcuno nel futuro
la ricchezza sognata
ché l’immagine è tutto
e tutto vince e tutto copre e vola
con il grande commesso
la fantasia di giochi e di lustrini
e di stelle filanti
antitedeschi – toni antitedeschi
l’Europa si dissolve
nella tristezza degli incontri – il sole
è troppo forte e stronca
le coscienze e non spiega
non si capisce il gioco e nadie dice:
“nadi contra suberna”

Farfalle

Prigionieri
le farfalle che battono sui vetri
febbrili e senza pace

e si parla, si parla
senza costrutto
come formiche in pena
per il covo distrutto

Gota

Ses la lluméra del die i de la nit
núvol i sol, pluja i torrent
o gota petita d’aigua

Il viaggiatore

1.

Che valanga di luci
per addolcire il freddo che s’insedia
sull’ansia che ribolle
e non si volge in pianto

Il vuoto giace intorno
e si nutre di refoli di viaggi
e di lanterne oscure
che i dubbi non rivelano

Ora il sole è un ricordo
e l’acqua che guizzava
fresca e salina
ora è vento di terra
e non so dove andare
senza binari senza labirinti
che mi tengano sveglio
solo immense pianure
senza luci né fiumi illimitate
e innevate distese
non basta la mia voce
a chiedere soccorso

un passo vale l’altro
per seguire le nuvole e cambiare
direzione col vento
e la speranza lentamente cade

2.

Tristezza viene e cala come sabbia
tutto pervade e copre
Poi da un canto segreto
ruvido emerge un treno abbandonato

È scuro e greve
e giace tra la neve
ma poi chissà che un guizzo
lo riaccenda e lo prenda
il gioco dell’andare
Con l’ultimo carbone
di un altro tempo e sbuffi di altri giorni
ritrovi nel ricordo

3.

Io non posso virare
nel vento e liberarti
basta una voce a scuotere il tuo sonno
ma sono muto e solo

E devo andare ancora dove sorge
l’ultimo caldo sole
dormi mia bella dormi
sogno di marzapane
L’ultimo tocco rosa
tanto tanto lontano
è una sirena persa di altri mondi
frammenti di uragano

illic flumen fluebat

In ogni goccia

Là si è aperta una porta
fugace
perduto
un passo
timidamente
oltre
oltre la verità
non di luce né ombre
liberamente
esistere
tremendo luogo
ovunque
è perpetuo ruotare
lì mi espando – diffuso
io puro desiderio
quasi stella – universo
quasi fiore dischiuso
la parola dilaga
oscillando
si leva
liquida appartenenza
e stupore infinito
dolceapprodo – laguna
del ricordo discreto
nebuloso e disperso
Senza timore irrompe
si fa lava e torrente
si fa guizzo e materia
ύλη confusa e insofferente
dominio e libertà
dove il pensiero nasce
esplodendo
si ferma
in ogni goccia

Vuoto

Talvolta oltre il pacato perpetuarsi
Della materia oltre la calda vena
Della parola in un abisso immenso
Mi sembra di scrutare e lì ricerco
Qualcosa che mi manca che non ruota
Assieme alle galassie che s’inventa
Prima gesto poi morte o indifferenza
In questo grande vuoto m’intravedo
Sconosciuto a me stesso e agli altri sguardi
Che mi sfiorano appena ad altri oggetti
O pensieri rivolti o senza meta

E gli inutili fuochi e le miserie
Di un mondo che si sposta più lontano
Nella mia mente odorano di nebbia
E di equazioni senza soluzione
Qui perduto nel tempo mi rinnego
Se mai mi sono illuso di arrivare
Dove tutto si lega e percepire
I segni dell’assurdo navigare
E dell’assurdo unirsi delle cose
E mentre i suoni muoiono resisto
Perché il mio gioco è vivere e capire

Specchio

Uscire
virare verso nuove fonti
rinascere – avvizzisco
nel viola tormentato
un microfono
spento – senza parole
senza musica o suono
qualcosa giace senza far rumore
non riconosco
inesistente quasi
appena
immagine
uno specchio invecchiato
non mi parla – confonde
residui di pensiero
perché
perché
perché
non so ancora morire

Qualcosa di nuovo

C’è qualcosa di nuovo nella sera
è solo un soffio e diverrà uragano
è solo voce e diverrà tregenda
è solo un fiocco e diverrà valanga
Cosa c’è di più bello del toccare
la più lontana riva del sognare
impossibili forme e disperate
colonne senza templi e senza pace?
Dammi due tazze di rugiada antica
che si bevono a stento nel fumoso
calare dei sospiri e nell’assiduo
dominante riposo delle dune
Ma la strada è tracciata e gli universi
non possono fermarla né gravarla
di cani o di timori e neanche i segni
si pongono severi a far barriera
La libellula ha mosso le sue ali
e più non torna il gesto e più non spera
“al novel tempo e gaio del pascore”
il grigio assurdo di una ciminiera

Senza rumore

Sempre diverso
il cielo che guardo
sempre un altro tramonto
sempre un altro il mio sguardo
su campi di rosea fuliggine
appesi al cielo – accesi
come tappeti vividi
su vite polverose
su rami inconsapevoli
giacciono
lente
foglie
che dormono
distante
è il suono spento
di chi non sa gridare
di chi vive in segreto
senza fare rumore

Ragni e moscerini

Ineffabile
dipanarsi di moire
discese – niente freni – solo cubi
di Rubik negli assorti
o improvvisi crepuscoli

Che strano ritrovarsi di domenica
lungo un naviglio dove a stento passa
l’automobile sporca
c’è tanto sole e nuvole
e lamine di cielo

E cosa fare in questo strano mondo
rivestito di lastre e di mattoni
dove la terra affiora clandestina
o la trovi nei vasi
come un reperto

Chiedersi come e quando
e perché nero un ragno si acquattava
sul formaggio nel frigo
un ragnetto incoerente
venuto su dal nulla

Voglia di esplodere
di qualcosa di grande anche di morte
tutto pur di travolgere
questo minuto volito
da moscerini

Basta – chiudo la porta

Invasori

Parole che zampillano dai sogni
parole di altri mondi, di vibranti universi
suoni che non conosco
sussurrati nel buio
di un altro cielo

due grattacieli verdi
spuntati come fiori
in un mattino uggioso

l’invasore è l’amico di ieri
e di domani

sentimenti, retorica
ipocrisia
nella molding society
illusioni stravolte
sopra veri dolori

celebrazioni, sfilate, comparsate
sopra un palco di legno
che una volta era vita

Non sono queste le parole
verità di maniera
verità da manuale
per seppellire i morti
per uccidere i sogni

Poi qualcuno si sveglia una mattina
e scopre l’invasore
nel compagno di banco

Ombra

Io nacqui là dove si perde il giorno
e si tuffa nel mare
senza patrie o confini è la mia terra
e forse è solo un sogno
e ancora trepido
per oscuri presagi

Non conosco le tenebre
la crudeltà
le lacrime di sangue delle immagini
l’amore del supplizio
il sapore dell’ombra
che a volte si scatena


Là fuori la città

Là fuori la città
pesantemente giace
il giallo cupo delle pietre
e il rosso del mattone
lenti muoiono i sogni
sul binario che stride
e il vento è caldo – troppo caldo
per chi vuole svegliarsi
e ancora ancora dorme

Abbandonata al sole
la gru solleva petali d’abisso
sofferenze segrete
e l’asfalto riflette questo cielo
lastricato d’inferno
come si perde il tempo
nell’ultimo respiro della terra
senza scampo né fuga
un cane giallo abbaia in lontananza

E ancora ancora dorme
affaticato dalla notte illune
deluso e stanco
le comete presaghe di sventure
raduna a suo volere
a goccia a goccia stilla il suo veleno
per irrorare il mondo
l’essenza del dolore
che qualcuno raccoglie

Semi

E stiamo qui ad attendere l’aurora
a collocare semi
in solchi avvelenati
a illuderci di vita

trascorrere larvale
nell’acqua gelida
a catturare petali
falene abbandonate

Anche l’ombra sospira
richiami acuminati
che la pelle assapora e s’incatena
a un torbido sognare

Non c’è tregua nei sogni non c’è pace
solo una corsa cieca e dissennata
come pietra che scivola sull’acqua
e s’inabissa

Trieste

Spicchi di vento e cielo
vive fontane d’aria
bagnati di cristallo
che pungente ci penetra e s’insinua

Ci si arroventa al sole
al Caffè degli specchi

Tanti cani un po’ tristi – stralunati
trasportati al passeggio nella vecchia
via di Cavana

Trieste sospirata e abbandonata
dimenticata
periferia d’imperi

sguardo chiaro nell’alba
e luce nella sera
stellante e favolosa
sconosciuta

incredibile sogno di gabbiani
e nubi così lievi
come vele perdute

sulla carta stagnola che si snoda
attorno con un brivido d’azzurro

Piramidi

Vediamoci di sera con le stelle
per costruire un mondo d’innocenza
nemmeno un direttore generale
né un leader carismatico o piramidi
arditamente erette contro il cielo
come torri di carta
solo amici
e innamorati stesi ad ammirare
le nubi sempre nuove
allungati sull’erba
e all’improvviso un vento si rivela
che ha sapore di tuono
e crollano le torri e i vetri a specchio
esplodono tra i fuochi del tramonto
e piovono poltrone in vera pelle
come gocce ustionanti
e tacciono diluvi di parole

Quaresima

Aria non c’è più aria in questo chiuso inferno
di memorie irrisolte in questo mio giacere
nei letti del tramonto dove fuochi lontani
i sensi ancora illudono

opprimenti colline perennemente siedono
tutte uguali simmetriche di grigia consuetudine
e il cielo attorno copre come un fosco segreto
ogni pianto ogni riso

Ed ogni cosa viva qui si raggrinza e muore
luci residue in terra tra pensieri confusi
senza certezze il passo varie volte si spegne
o torna indietro

da questa morte densa non ci può svegliare
da questo nero sonno non è dato ritorno
nemmeno Dio potrebbe sollevare la pietra
la vita non risorge

Lampi

Languori d’ acciaio inodoro
grigi di stagno e zinco
freddamente si scorre
lampi di luce fitta
raggrinzita gelata
cupi lampi di cielo
ansiosamente attratto
e respinto – il diniego si propaga
alle foglie del bosco che si specchia
al di là della morte

un oceano di verde senza suono
anche l’onda si ferma
dove la terra giace
dove si smorza l’ultimo rintocco
e si arrende la vita senza pace

Correndo

Correndo tra colonne innumerevoli
cercando l’infinito
senza trovare scampo

Il mio corpo che cambia
non mi appartiene
fuggo e mi sfugge resto e mi abbandona

Il terreno che offendo
infliggendo alla terra le mie orme
è un coacervo di granuli

Dentro lo sguardo dentro questa voce
non c’è nulla di mio
solamente l’angoscia

Ma qualcosa mi spinge e devo andare
e mentre vado ascolto nella nebbia
un concerto di gemiti

Costruiamo il futuro

Costruiamo il futuro
noi curiosi di vivere
quando si schiude il varco di una porta
da cui spifferi volano
carichi di menzogne
così cerchiamo prove
di un’incerta realtà
profumata dal polline dei sogni
ma dal lungo comignolo
solo cenere cola

Noi vorremmo salire

Noi vorremmo salire ma restiamo
incerti calpestando foglie secche
distratti dalle vespe e dai richiami
stupiti dei rigogoli irrequieti

E parliamo e parliamo inutilmente
protesi nell’ascolto di segnali
che nessuno trasmette mentre il sole
nel fitto verde non sa penetrare

Noi vorremmo avanzare ma le siepi
improvvise di rovo ci incatenano
e le serpi nascoste ci rallentano
mentre cerchiamo ansiosi un altro passo

E intorno a noi miriamo solo faggi
e squilibrati pizzichi di cielo
troppo abbaglianti nel calore occiduo
della pena che logori ci lascia

Le ali della noia

Le ali della noia sono foglie
le ali della vita sono voglie
le ali delle voglie sono sogni

Il mare non mi basta
ho bisogno di oceani
universi di gocce
testardamente unite

e non parliamo di pioggia
e non parliamo di nebbia
le brouillard
neiges
nuages

nuvole
appena
sole
in un giorno intasato
viscido come yogurt
di capra
grame foglie calpestate
nella mota che invischia
giulebbosi residui che l’asfalto
coerentemente scaccia

Le ali delle foglie sono vite
pesantemente avvolte ed incartate
legate con lo spago

Non parliamo di amore che ti affanna
like “a nail in the skull”
come un torvo malessere
che non risale a galla
senza suggerti il cielo

Marciare

Non sono qui a giudicare
La sconvolgente miseria
Di un mondo abituato a marciare
E marciando marcire
Quando l’insicurezza delle menti
El amor brujo
Ci convince a legarci in un plotone
Di persistente inettitudine
Per vaneggiare meglio e in compagnia
E per meglio morire
L’illusione ci appare come specchio
Da attraversare in corsa all’arrembaggio
Di vascelli invisibili perduti nelle brume
Alla ricerca di un segreto bene
Dannato e irraggiungibile.

Nessuno ha costruito
Ponti sospesi sugli abissi
Dove i gemiti oscuri dei dispersi
Ci ricordano i limiti del giorno

Non c’è traccia nel vento non c’è traccia
Io non seguo il fetore
Del pensiero bruciante dell’inganno
Seminato anzi tempo ed esaltato
Dalle argute parole che al tempo del fieno
Divorano i corsieri della mente

Nello scosceso andirivieni
dagli esiti insicuri e inadeguati
la paura s’insinua ed ogni lume
diventa fuoco ed ogni oggetto un’arma
sottile che ci offende ed incatena
Ma cos’è mai questo muro di cellule opache
di oblunghe lame che nasconde il sole
e ci spinge nel cavo della notte ?

Non ascoltate adesso non guardate
noi calpestiamo il succo della Terra
con lunghe o brevi marce
cancellateci presto lavate la mente
dall’odio dei ricordi dal freddo scenario
imbevuto del sangue degli uccisi
da parole che fingono parole

I vecchi

Sotto specchi di cielo
ubriacati dal vento
i vecchi ancora incombono
allentando le corde che li tengono
ancorati alla sabbia

C’è troppa quiete e il tempo viaggia lento
non pare neanche scorrere
e il mondo sembra fermo
assediato dal sole

Qualcuno guarda fisso verso il vacuo
alitare dell’acqua verso il duro
ma indistinto confine dove tutto
serenamente – anche la vita – sfuma

Il muratore

Il muratore dritto come statua
nel cielo freddo
sta tra veloci impalcature
come tele di ragno
appese al sole

Adesso il cielo è chiaro
the sky is clear
the sky is clean
and there aren’t swallows
and no bats in the cold
but only drops of death

dentro il lento furore del mattino

Non si liberi un gesto
né un inutile grido
quando il tempo divora le sue rondini
e il domino si ferma
in un’assurda quiete

Ma poi lontano un canto ricomincia
e qualcuno l’ascolta
senza capire

Calma piatta

Calma piatta nell’occhio della Terra;
ma qualcosa si muove: è un granello
di sabbia che vibra e precipita
nel cavo di un vulcano
e scatena l’inferno

A Cagliari, d’estate

Precipitato a valle nel profondo
mi rigiro e mi affanno in un inferno
ricolmo d’irrisolti desideri
io livido serpente osceno e santo
divinatore d’irrealtà scoscese
e tormentate oblique primavere

l’innocenza funesta
si genuflette nell’amore
come canna s’inebria ad ogni vento
che appena sfiora il tepido ondeggiare
della pallida e molle infiorescenza

e ancora assedio la città silente
che ha sapori di anguria addormentata
e forse già mi vince col veleno
di salsedine e miele
tormentosa meringa che ribolli
sotto un velo di polvere e lagune
amaro sole dei miei tempi cupi
ancora stilli angosce ed illusioni
sepolte sotto metri di silenzio

e sinuosa ritorna
la nausea del riflusso
del ritrovare il tempo già vissuto
le già percorse strade
le conchiglie spezzate e consumate
per diventare sabbia
che mi sferza e punisce
nei giorni di maestrale

Lenti rami

E’ necessario avere lenti rami
per raggiungere il vento
e adattarsi alle aspre
e acerbe congiunture
ma non gemmano idee svettanti e chiare
in questi tronchi di rugoso legno

I treni vanno e vengono e si fermano
ai limiti dell’alba
i freni arroventati
per conquistare il giorno

Le ciliegie del Cile fuori tempo
sono anche meglio delle nostre e il vino
da ogni roccia zampilla
occhi a mandorla al cielo
e la bocca che ride
e neri solchi e mani nere al sole
trattenendo aquiloni
abbandonando i tralci ammalorati
di vendemmie lascive
e il tanfo delle ceneri

E’ necessario avere bianche vesti
e camminare a lungo
ma non si sa per dove
e se la strada cessa all’improvviso
si è costretti a volare
con ali inadeguate

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Una risposta a Canti per le confuse stagioni

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