Giornata autore

Oggi è la mia giornata autore in un gruppo facebook. Lascio qui il link. Spero che qualcuno venga a farmi visita.

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Barolo

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Cercò la borsa termica e il borsone normale, i due contenitori indispensabili per andare al market.
Poi vide, sul mobiletto, accanto al televisore, il buono.
Abbiamo un buono, disse a sua moglie.
Da quanto?
Da quindici euro e sta per scadere.
Allora portalo.
Lo metto in tasca.
Metterlo in tasca significava trovare il blusottone imbottito di penne di volatile, rovesciarlo per individuare l’apertura in cui infilare il foglietto di carta chimica e inserirlo in quella tasca richiudibile per sicurezza con chiusura tipo velcro.
Naturalmente era necessario infilare il giubbotto prima di uscire di casa, per non prendere freddo. Così, gonfio come un tacchino, e con i manici dei due borsoni in una mano, Angelo doveva trovare le chiavi in una delle due tasche per chiudere la porta blindata.
Sua moglie Stefania nel frattempo aveva già chiamato l’ascensore.
Booz – sbrimb – bplamp, fece l’ascensore e la portina si spalancò.
Il marito cercava d’infilare la chiave grande nella toppa, ma non ci riusciva, impedito com’era.
Qualcuno, a uno dei piani inferiori, cominciò a battere, perché l’aggeggio era fermo da troppo tempo.
Ecco, ecco, arrivo. Disse l’uomo alla moglie, e si precipitò dentro la cabina, strettissima. La portina metallica con tante strisce o righine verticali si richiuse e finalmente cominciò la discesa.
Dopo il tonfo dell’arresto e l’uscita dal mostro metallico, c’erano ancora due ostacoli da superare. Il primo portoncino a vetri e l’altro, quello che separava il palazzo dal cortile.

Poco vento fuori e aria biancogrigiastra. La strada era il solito tappeto di automobili. La macchina di Angelo e Stefania si nascondeva stupendamente in quell’ammasso di ferraglia. Era vecchia e più bassa, di un colore grigio luminoso, quasi invisibile. Non ci si ricordava mai la strada o il punto esatto della strada in cui era stata parcheggiata. Qualche volta bisognava camminare, andare avanti, tornare indietro, per trovarla. Spesso, ma non questa volta.
Eccola: è là.
Ah, meno male!
La vecchia Fiat era depositata là, più bassa di tutte le altre macchine, progettate diversi anni dopo di lei. Sembrava che si nascondesse per non mostrare le sue ferite, le ammaccature che nessun carrozziere aveva più tentato di riparare. Solo il lavoro costerebbe più del valore dell’auto, dicevano.
Ora c’è la solita seccatura: aprire la porta posteriore, infilare i due borsoni, sedersi al posto di guida, mettere la cintura.
Pensavo, disse Angelo, dato che abbiamo il buono, di provare uno di quei vini che costano tanto, l’amarone per esempio.
Ah sì, vediamo. Sai che io al vino non ci tengo.
Certo, lei preferiva la birra. Diceva che senza un po’ di birra non riusciva nemmeno a digerire. Però era curiosa. Se tutti dicevano che i grandi vini italiani erano buoni, dovevano essere proprio speciali. Immagini di degustatori soddisfatti, di sommelier sussiegosi, di tante parole, sentori, retrogusti, aromi intensi, perlage, cru, barrique e altri misteri gloriosissimi della santeria vinaria.
Angelo non conosceva molti vini. Raramente aveva trovato un vino di suo gusto. Qualche volta aveva ordinato vino in un ristorante. Quasi mai con la moglie. Ricordava un vino della Mosella, abbastanza sciabido, bevuto a Colonia, qualche champagne, che gli era piaciuto. Poi c’erano gli spumanti brut comprati al market e bevuti alle feste. Piacevoli, per merito delle bollicine, ma nulla più. Buono il lambrusco che servivano a Mantova, in ristorante. Il barbera provato durante una colazione di lavoro, a Milano, era molto corposo, ma con qualcosa di indefinibile, come un sentore di casareccio, che un po’ disturbava.
Il vino rosso di marca, bevuto in casa di amici, durante una cena, gli aveva preso subito la testa. Si era sentito male ed era dovuto correre in bagno, scusandosi. Dopo dieci minuti di fumosità (e un breve episodio di cagarella), l’effetto era passato (mamma, quel vino è generoso…) e aveva potuto riprendere la cena, bevendo però solo acqua. Insomma pareva proprio che il vino non fosse fatto per lui, almeno qualche marca, mentre altre non gli procuravano gli stessi effetti. Non pareva dipendere nemmeno dalla gradazione alcolica, perché aveva riscontrato di non reggere proprio vini a dodici gradi, mentre poteva assaggiare senza problemi vini a quattordici gradi o superalcolici. Il rosso che aveva bevuto a Trieste, per esempio, non gli aveva procurato nessun effetto sgradevole.
Comunque i suoi limiti come bevitore un po’ gli pesavano. Gli sembrava di essere inadeguato, di soffrire di una specie di limite o disabilità sociale. Come facevano gli altri, quelli normali, a bere alcolici senza freni, a fumare, a drogarsi?
Bisognerebbe conoscerli i vini.
A me, come sapore, piace di più la birra.
Inutile dirle che in Italia c’era una cultura del vino, che la birra da noi non era eccezionale. I gusti sono gusti.
Però lo spumante mi piace.
L’auto percorreva la solita strada verso il market, le solite curve. Stefania era maledettamente abitudinaria. A lui sarebbe piaciuto cambiare sempre, andare a comprare in posti diversi. Lei invece lo faceva andare sempre lì, perché in quel market c’era la sua acqua minerale, quella che non trovava in altri punti vendita.
La birra anticamente la bevevano solo i poveri.
Allora, che facciamo, lo prendiamo il vino?
Sì, guarda.
Lui cominciò a studiare lo scaffale. In cerca dell’amarone.
Dopo dieci minuti di ricerca infruttuosa dovette arrendersi all’idea che l’amarone era scomparso. Pareva che l’intero quartiere si fosse precipitato in massa al market per comprare quel maledetto vino. Forse era veramente buono, pensò Angelo.
L’amarone non c’è più.
L’avranno finito!
Cosa prendiamo, il brunello o il barolo?
Di dove sono?
Il brunello di Montalcino è toscano, il barolo è del Piemonte.
Basta che non sia del Sud!
Ci sono vini del sud che sono buonissimi!
Non voglio robe del Sud.
Con lei non c’era niente da fare. Il valore di ogni prodotto, per Stefania, era direttamente legato alla sua latitudine. Era talmente permeata di nordismo da mitizzare ogni aspetto del Nord. Avrebbe comprato limoni della Lapponia e fichi d’india scozzesi, se fossero esistiti.
Prendiamo il barolo, disse Angelo.
Ricordava che una sua amica piemontese, esperta bevitrice, aveva celebrato quel vino, spiegandogliene minutamente l’origine e le caratteristiche. Così lui aveva migliorato le sue conoscenze ampelografiche, che erano piuttosto scarse. Il nebbiolo… cos’era il nebbiolo?
Va bene, disse alla fine Stefania. Il barolo non era un vino del Trentino, come il Ferrari, che lei qualche volta beveva a capodanno, ma era comunque un prodotto settentrionale.
Lo apriamo stasera?
Apriamolo.

Così a cena il barolo finì in tavola.
Non è freddo, però!
Non lo sai che i rossi si bevono a temperatura ambiente!
Ma a me piacciono freddi
Gelati, cioè.
Non fa niente, lo apriamo lo stesso.
Il vino era stato messo per qualche minuto in frigo, ma si era appena rinfrescato.

Angelo si mise d’impegno ad aprire la bottiglia col cavaturaccioli.
Lo assaggio, fece la moglie.
Uah, ma è acido!
Non è acido, è tannico.
Eh?
È colpa dei tannini.
Gli esperti sul web parlavano di piacevolmente tannico. In realtà quel vino legava la bocca, era tannico, ma in maniera un po’ eccessiva e sgradevole.
No, io lo sento acido.
Non sa di aceto, e poi il gusto è piacevole, ci sono aromi particolari.
Insomma, con quello che costava doveva farselo piacere per forza. Provò a berne un po’, ma decisamente il tannino era troppo. Decise di rinunciare. Il barolo anche per lui era proprio imbevibile; e poi, tutto quel tannino non gli avrebbe conciato lo stomaco? Non era col tannino che si conciavano le pelli?
Proverò a usarlo per cucinare la carne, disse.
Cercò informazioni su Google e scoprì che quell’annata di barolo non era eccezionale. Inoltre il vino avrebbe avuto ancora bisogno d’invecchiamento, in botti di rovere, per ammorbidire un po’ i tannini.
L’indomani cucinò un pezzo di vitello in padella e lo bagnò col barolo. Lo assaggiò: non era niente male.
Se si cucina con la carne, l’aspro non si sente, disse alla moglie.
Pensava che, se avesse fatto uno stufato o lo spezzatino, o magari quella specie d’imitazione di gulasch che aveva imparato a preparare, la carne con tutto quel barolo sarebbe venuta buona.
Non avrebbe mai buttato un vino che costava tanto!
Non ce ne intendiamo proprio di vini, disse a Stefania. Quello che a noi sembra buono magari non lo è, mentre quello che sembra cattivo è un vino da buongustai.
Io preferisco la birra, fece lei.

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10 3 17 Poesia «Novecento non più. Verso il Realismo terminale»

Casa delle Arti - Spazio Alda Merini

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Alle ore 18,30 del 10 marzo, Alla casa delle Arti – Spazio Alda Merini, presentazione dell’antologia poetica Novecento non più. Verso il Realismo Terminale (La Vita Felice) a cura di Diana Battaggia e Salvatore Contessini con una nota di Guido Oldani.

Partecipano:

Guido Oldani, ideatore del Movimento del realismo terminale

Giuseppe Langella, tra i fondatori del R.T.

i curatori

e i poeti:

Sabrina Amadori, Linda Ansalone, Massimo D’Arcangelo, Giusy Cafaro Panico, Maria Elena Danelli, Caterina Davinio, Angela Donna,  Izabella Teresa Kostka, Marco G. Maggi, Marina Massenz, Guido Mura, Alessandra Paganardi, Max Ponte, Roskaccio,  Fabio Spessi, Andrea Tavernati, Adalgisa Zanotto

con un omaggio musical poetico eseguito dai Poeticanti

Ingresso libero

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La cooptazione

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(Da La casa dove gli angeli cantano)

A volte si dorme veramente per tanto tempo e, se non interviene qualcuno o qualcosa a svegliarti, puoi dormire fino alla fine, senza renderti conto di vivere. Qualcuno chiama questa sorta di catalessi serenità, qualcun altro accettazione, del mondo e di se stessi; ma quando avviene il risveglio, niente potrà mai essere come prima.
Io, giunto a una svolta del sogno, mi sono svegliato e ho capito.
Ho capito che il mondo è una palla di sterco sormontata da mosconi fantasticamente iridescenti.
Ho capito che il mondo apparteneva a loro, ai mosconi: loro che avanzavano in carriera, lorochevincevanotuttiiconcorsi, loro che mi guardavano con un sorriso di una disarmante superiorità, che un po’ mi compativano, che dicevano tu sei bravo sei geniale sei diverso sei ma… Ma cosa? Era quel “ma” a tormentarmi, ad angosciarmi, a non farmi dormire la notte. Il dolore per l’ingiustizia subita, per il riconoscimento non ricevuto, si trasformava in un dolore fisico, in un’aguzza protuberanza spirituale che dirigevo verso me stesso, generando un tormento generale e indefinibile, una flagellatio interiore che non sarebbe servita nemmeno per ascendere i primi gradini dell’infinita scala verso il paradiso.
Era quella sensazione per cui tanti finiscono per aggredire se stessi, per creare al proprio interno un nemico a cui attribuire le colpe di tutto, un nemico che finisce per divorarti lentamente e ucciderti, un nemico che si chiama cancro. Io però ero diverso. Io non volevo autodistruggermi.
Da quel momento ho diffidato di tutti quelli che guadagnavano più di me, di tutti quelli che avevano ottenuto un incarico, che avevano ricevuto un qualche stupidissimo segnale che li faceva sentire più vicini al potere; qualcosa che significava che il potere li aveva sotto osservazione, che li riteneva adeguati alle sue richieste e quasi consustanziali, che avrebbe finito per cooptarli, in qualche modo. Certo! Perché si arriva al potere solo per cooptazione. Sono loro, i Capi, a individuarti, a sceglierti, a educarti perché tu possa un giorno diventare come loro. Devi avere però delle qualità, delle capacità, devi essere superiore agli altri, ai tuoi concorrenti. Sì, indubbiamente; ma come te, con le tue stesse qualità, con le tue stesse capacità, ce ne sono migliaia; e allora perché dovresti essere tu il prescelto? C’è una spiegazione, forse una motivazione, ma non una ragione. Perché la scelta è irrazionale, in una prospettiva umana, e quella scelta è divina e la motivazione si chiama grazia… la grazia di una divinità terrena, invisibile e inconoscibile, le cui conseguenze, però, sono spaventosamente reali. Ed è perfino ereditaria, qualche volta, questa grazia. Arriva perché erano sorretti dalla grazia i tuoi nonni, tuo padre e tua madre, e ti hanno lasciato i segni tangibili della grazia, e tra questi quello più evidente e più terreno di tutti, il denaro.
Terreno? Ma no, sto riducendo. Il denaro è diventato ormai nel nostro mondo un sostituto del paradiso, quello che ti consente non solo di sopravvivere, ma anche di esistere compiutamente, di realizzarti, di sfruttare la tua intelligenza e renderla produttiva, senza perdere tempo in attività meccaniche e subordinate, prive di valenza spirituale.
Ho capito che il denaro era appannaggio degli eletti. Eppure c’era in loro – ci doveva essere – una qualità che favoriva l’ingresso nella loro dimensione vitale della grazia terrena e questa qualità era la diligenza, unita all’assenza di qualunque idea originale. Era soprattutto questo limite intellettuale che li rendeva affidabili. Loro non avrebbero MAI messo in discussione gli slogan, le verità propagandate dal sistema; facevano propria quella verità e ne erano condizionati e schiavi. Erano parte di quella verità e quella verità era parte di loro.

[E vi pare che un testo che parla in modo così esplicito del sistema possa trovare un editore?]

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Proviamoci

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Per i lettori che non leggono in digitale, ho prodotto una versione cartacea di due dei miei libri. Oltre che acquistarli on-line, è possibile trovarli a Milano nella libreria di Elvio Ravasio, scrittore appassionato di fantasy, che ha deciso di accogliere nel suo negozio anche i romanzi di autori emergenti, oltre che di scrittori già noti. L’indirizzo è Via Gian Giacomo Mora 15 (si tratta proprio del Mora, quello della Colonna infame, il preteso untore di cui parla il Manzoni). La via è una traversa sulla sinistra di via Correnti, scendendo verso Corso Genova. Sono disponibili poche copie di queste prime edizioni e spero che diventino rarità bibliografiche 😀

E per chi non abita a Milano? Beh, magari fate una scappata da turisti per vedere la targa che ricorda quella triste storia di torture ed esecuzioni, passando da Corso di Porta Ticinese, e alla fine di via Mora, dove la strada si restringe per confluire in via Correnti, andate a visitare la libreria dove i miei libri hanno trovato momentaneo rifugio.

 

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Biblioscalo

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Era nell’aria, da qualche tempo, ma solo ora comincia a prendere forma. La discussione letteraria, le recensioni, le informazioni legate al mondo del libro non sempre riescono a trovar spazio agevolmente in un blog personale. Per questo motivo nasce Biblioscalo, un luogo in cui si può parlare di libri, di generi letterari, di produzione letteraria gratuita o commerciale.

Non so ancora quale sarà lo sviluppo del blog. Molto dipenderà dai lettori, se ce ne saranno. Dipenderà dalle iniziative che potrebbero svilupparsi come ramificazioni di questo spazio. Collaborazioni che producano un accrescimento di qualità del blog saranno gradite, purché totalmente svincolate da ogni obiettivo di natura economica.

La filosofia di Biblioscalo è tesa a liberare la cultura, in specie quella che si esprime attraverso il libro, da ogni ingerenza dell’economia, in un momento in cui la cultura stessa è soffocata dalle esigenze di mercato e permane in una condizione ancillare.

Il giudizio (quando si riterrà necessario pronunciarlo) non sarà in nessun modo condizionato dal presunto interesse economico dell’opera artistica, ma dal suo valore, determinato dalle caratteristiche strutturali e dall’originalità del pensiero e della realizzazione. Questo non significa che si disprezzi ogni forma di utilizzo economico dell’elaborato artistico, ma semplicemente indicare chiaramente che le istanze commerciali devono essere posteriori all’affermazione artistica e non prioritarie.

Vi aspetto tutti su Biblioscalo.

 

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E adesso? Lenticchie

lenticchie

 

Per consolarmi delle tante notizie terribili che arrivano dalla tv e dalla rete e per non pensare alle mie spiacevoli prospettive personali, ho pensato di dedicarmi a cucinare le deliziose lenticchie di Castelluccio.

Era da anni che non mangiavo lenticchie e pertanto ho cercato informazioni sul web. Naturalmente poi avrei proseguito la preparazione a mio modo. La cosa più interessante e da tener presente è che queste particolari lenticchie, piccole e dalla buccia sottile, non necessitano di un preventivo ammollo notturno. Ho preferito comunque procedere a un ammollo di un paio d’ore, dalle 8 alle 10 del mattino.

Il primo tentativo di cottura è stato disastroso, perché essendomi immerso in una ricerca su computer ho lasciato seccare e bruciare la pentola. Peccato per le verdure carbonizzate. Ho riprovato il giorno dopo, con migliori risultati.

Dopo il breve ammollo delle lenticchie rimaste, ho tagliato finemente cipolla, sedano e carote e ho lasciato cuocere il tutto a parte, con pochissimo olio e acqua. Nella pentola principale ho messo la parte residua delle verdure, tagliata in modo più grossolano. Ho poi versato nella pentola prima le verdure già preparate, poi le lenticchie. Acceso il fornello, ho aggiunto l’acqua, il sale e un pomodoro rosso tagliato a tocchetti. Alla fine della cottura, quando ormai i legumi iniziavano ad ammorbidirsi, ho unito un po’ di broccoli, cavolfiori e broccoli romaneschi, già sbollentati in precedenza, e ho spolverato con prezzemolo tritato.

Non rimaneva altro che mangiare la zuppa con qualche crostone di pane.

Dato che la quantità era sufficiente per tre persone, mi son dovuto cibare di gustose lenticchie per pranzo e per cena. Infatti sono il solo divoratore di verdure della famiglia. Mia moglie non le sopporta proprio, specialmente i legumi, e mio figlio ormai vive e mangia per suo conto.

Alla prossima avventura!

PS.

Ho dimenticato di fotografare il piatto, per cui la foto ritrae le lenticchie ancora non utilizzate  🙂

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Memorie

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Come negare il vento
e le stelle
e la quiete
anche se non la vedi

rifiutare la sete
la ribellione cupa
la malata stagione
di chi vive e chi muore?

Ogni dolore è inciso
nella scorza del tempo
nella pelle dei giorni
non si può cancellare

ma chi rivede i segni
sulle pagine lente
ricorda anche per quelli
che non hanno memoria

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Daria Endresen

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Daria Endresen è una fotografa, artista digitale e modella, nata ad Oslo in Norvegia. Lei trae la sua ispirazione dalle sue storie personali. Come riferimento per le sue immagini, cita spesso Frida…

Sorgente: Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Daria Endresen

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Viaggi impossibili

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Avevo in tasca due biglietti e un’intera mattina di tempo libero. Per questo decisi di fare quello che non avevo mai fatto prima. Prendere la linea sei e andare oltre la città, là dove finisce la periferia e incomincia l’Hinterland, con i suoi paesini, i suoi spazi, quel mondo minore che non si ha mai occasione di conoscere.

Dopo le prime fermate, la metropolitana risalì in superficie, ritrovando la luce del giorno. Era una giornata luminosa e ogni tanto s’intravedeva qualche macchia di sole, sui muri delle costruzioni.

Decisi di scendere in una delle fermate intermedie, senza raggiungere il capolinea. Guardavo fuori dai vetri per scorgere i nomi delle località dai cartelli azzurri, ma il treno andava veloce e non riuscivo a individuare un cartello prima che stesse per scomparire, confondendosi nell’indistinta fuga delle cose. Dovevo essermi spinto fin quasi all’ultima fermata, quando riuscii a individuare un cartello e i caratteri confusi che vi apparivano. Il nome che mi parve di decifrare era Coni, un toponimo che non avevo mai sentito.

Il cartello scomparve e io, che mi ero ormai spinto fino alla porta di testa del vagone, trovai naturale scendere.

Appena fuori della stazione, l’ambiente che mi accolse fu qualcosa di inatteso e quasi paradossale. Quella località era come un paesino a mala pena urbanizzato nel cuore di un distretto industriale.

Peccato che non avessi con me la mia macchina digitale. Avrei potuto dipingere coi pixel una realtà che mi era stata fino a quel momento preclusa, e che mi appariva ora come se sorgesse da un sogno. Non si vedevano capannoni con le comuni ampie vetrate, né le vecchie ciminiere di un recente passato industriale, così frequenti dalle nostre parti. Simili a sereni animali, apparivano solo casette a uno o due piani, con stradine sconnesse, piene di ciottoli, tra i quali spuntavano ciuffi d’erba. Tra una casa e l’altra rimanevano ancora spiazzi in cui le piante selvatiche avevano la meglio sulla civilizzazione forzata guidata dai giardinieri. Qualcosa di primitivo e selvaggio pareva manifestarsi con tutta la sua forza.

Anche le piante curate dall’uomo avevano però caratteristiche particolari. In uno spiazzo, davanti a una costruzione che pareva abbandonata, era stata delimitata con dei sassi un’aiuola. Al suo interno si ergeva una pianta dal tronco robusto e dai corti rami, su cui si ammassavano infruttescenze simili a enormi fichi. Le stesse erbe infestanti, che avevano sviluppato rametti e tralci attorno alla pianta e nel poco spazio non ricoperto da lastroni di granito, presentavano caratteristiche che non avevo mai osservato nelle nostre terre.

Poco più avanti, lungo la stessa strada, si ergeva una struttura di un genere mai visto dalle nostre parti. La costruzione, esigua nelle dimensioni, più che una chiesa cristiana pareva un tempietto, a dispetto della croce che ne sormontava la cuspide più elevata. Era di un color rosso acceso, ottenuto con elementi costruttivi simili a brevi mattoni. La pianta era tondeggiante, ma irregolare. Mentre l’esterno dell’edificio mostrava aperture contornate da colonnine tortili e fitte decorazioni in pietra chiara. In apparenza sembrava che un architetto amante dell’ibridazione avesse voluto realizzare una mescolanza di barocco e di stile Khmer, una bizzarria di sapore vagamente orientale, nel cuore dell’Occidente.

Rivedo anche ora distintamente nel ricordo quello che sto tentando di descrivere e la mia mente riprova lo stupore provocato da quella vista.

Proseguii svoltando a destra e a un certo punto mi trovai in una strada chiusa, che terminava con un muretto e un cancello, che delimitavano una proprietà privata.

Mi fermai davanti al cancello basso, fatto con listelli di legno, e guardai davanti ame.

Al di là c’erano un giardinetto ben curato e, di fronte, una villettina di color rosa pastello. Nel vialetto che portava alla porta del villino si aggirava un cane, un bastardino dal pelo bianco sporco, con macchie più scure.

Il cane si avvicinò, manifestando intenzioni amichevoli. Si appoggiò al cancello, drizzandosi sulle zampe posteriori e si lasciò accarezzare.

Dietro di lui apparve il padrone.

È un cane socievole, osservai.

È stato sempre così, fece l’uomo. D’altra parte qui non ci sono ladri, né assassini.

Qui viviamo isolati, anche se la metropolitana ci ha dedicato una fermata. Da noi si ferma raramente qualcuno: non abbiamo attrattive, non produciamo nulla che altri abbiano necessità di comprare.

Smise un attimo di parlare, guardandosi intorno, come se volesse abbracciare tutto lo spazio visibile attorno a lui.

È il commercio che fa girare il mondo, disse.

Lo salutai e cercai di ripercorrere a ritroso la strada che mi aveva portato sin là.

Ritrovai alla fine la stazione e tornai a casa, dove speravo di soddisfare la mia curiosità sulle stranezze di quel piccolo centro.

Dovetti cercare la mappa della mia città negli scaffali alti del corridoio, quelli che avevo fatto montare per trovare spazio alla biblioteca, che ormai debordava dalle camere e si riversava dappertutto occupando ogni mobile esistente. Salii sulla scala di metallo e, dopo molte fatiche, riuscii a individuare la cartina, che si era astutamente dissimulata in mezzo alle altre mappe, quasi tutte di città straniere. Controllai con cura il territorio relativo alla fermata, senza trovare indicazioni specifiche. Si vedevano solamente aree verdi, solcate da strade senza nome. Accesi il computer e cercai notizie, ma nessuno aveva pensato di fornire notizie su quel paesino. Non apparivano segnalazioni di ristoranti, uffici o aziende. Nessuna informazione, come se quell’area dell’Hinterland non esistesse.

Ho avuto per qualche tempo l’intenzione di tornare su quel ramo del metrò e di scendere alla stessa fermata, ma ho avuto paura. Temevo che, essendo ormai trascorso del tempo, quel territorio avesse subito una mutazione e che la sua stessa realtà potesse essere messa in discussione. Insomma, il mondo è quello che è, nel momento in cui lo conosciamo. Basta un niente e tutto può apparire diverso e addirittura mutare la propria sostanza. Cosa avverrebbe allora alle nostre certezze? Che ne sarebbe della fiducia nella nostra percezione, quella che ci consente di proseguire il nostro viaggio nel mondo senza precipitare nell’angoscia e nella follia?

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