Mutare stagione

sangre

Stendere braccia, protendere pugni,
piangere fra i sudari, liquefare il dolore,
vomitare improperi, spennellare menzogne
a cosa serve se presto non muta stagione,
se un vento vago poi riporta indietro
le stesse immutabili cose.

Se non si ferma il volto sferzante dell’odio,
se l’invidia non perde il velluto di un trono cariato,
se il sogno del bello e del vero non trova ristoro.
Per consolare i poveri e gli afflitti
rimangono le vicende vere o false dei vip,
i cuori sotto i post, i nuovi videoclip.

Eppure al mondo ancora qualcuno ingenuo esulta,
la dove le bandiere bevono sangue ancora
e forgiano veleni per intridere il brolo,
per crescervi zizzanie e mine e fucili d’assalto,
e generali in capo e pallidi eroi da tragedia,
innamorati trepidi di deboli regine.

Non avete capito, non avete pagato
già troppo per ripetervi nei ruoli teatrali, nei manti
già indossati da un altro, da larve intristite nei sogni?
Non si vive mai tanto da innovare
le perfide abitudini e capire il programma
che una mente invisibile ha già scritto.

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Peluria

Davanti a lui c’era il mare. Era un mare assoluto, la percezione di un infinito possibile, di uno spazio che sembrava terminare con l’orizzonte. Era un mare libero, aperto, dove il sole si spegneva lentamente ogni sera.
La Passeggiata. Una larga distesa, una strada con ampi marciapiedi lastricati di mattonelle. Il lungomare era stato costruito su un alto terrapieno, separato dalla scogliera da un muraglione, con sopra cubi di granito corroso dalla salsedine. Tra un cubo e l’altro, ringhiere di robusti tubi metallici. Sotto le ringhiere, strette aiuole in cui fioriva la portulaca.
In basso incominciava la grande scogliera, con il mare che non faceva paura, a guardarlo da lontano, anche quando era agitato e lanciava urli di schiuma.
La zona che Daniele ricordava era quella che andava dal Grand Hotel Esit a Las tronas e aveva il nome ufficiale di Lungomare Dante.
Dietro la Passeggiata si stendeva una serie di villini, i cui giardini erano come enormi terrazze erbose, da cui la vegetazione si riversava sui muri di cinta.
La strada superiore era molto più in alto, tanto che dal lungomare ci si arrivava tramite percorsi di scale e giardinetti.
Questi spazi erano protetti dal vento ed era lì che i ragazzi si rifugiavano, quando il maestrale infuriava. Le scalette erano molto più comode e accoglienti delle panchine di granito rosso della passeggiata a mare.
Era una delle poche occasioni che consentivano a Daniele di socializzare. Lì, in quegli stretti rifugi, non valevano le abitudini del passeggio invernale, che si svolgeva nello stradone dei Giardini pubblici, da dove partiva la statale che congiungeva Alghero con Sassari. Ai Giardini i maschi passeggiavano coi maschi, le femmine con le femmine. La regola non era ferrea, ma così esigeva la consuetudine e, per quel motivo, non era facile fare amicizia con le ragazze.
Negli anfratti della Passeggiata invece le ragazze si mescolavano ai ragazzini e ci si poteva parlare, sedere insieme, conoscersi.
Daniele era troppo timido per azzardare qualche avance con le ragazze. D’altra parte queste sembravano interessarsi più agli altri maschi, più robusti e dall’aspetto più maturo.
Lui rimaneva spesso in silenzio, non sapendo cosa dire, lui col suo ciuffo e con la sua aria imbronciata alla Luigi Tenco.
Poi al gruppo si era aggiunta Annina, una ragazzina che andava sempre in giro con una sua amica bionda, molto alta e magra, che si chiamava Maria Luisa.
A distanza di anni avrebbe ricordato di lei solo l’espressione compunta del suo viso, mentre diceva alla sua amica “Maria Luisa, telefona”. La frase era separata dal contesto ed era rimasta a testimonianza di un’amicizia. Telefonare, a quell’epoca, non era facile. Bisognava trovare un bar provvisto di telefono pubblico e avere in tasca qualche gettone. Tutti avevano in tasca o nel borsellino qualcuno di quei dischetti tondi, color ottone, con una riga nel mezzo. Li si utilizzava spesso al posto delle monete vere.
Annina era stata la prima ragazza a mostrare interesse per Daniele, solo che lo aveva fatto con il sistema sbagliato.
A Daniele sembrava troppo piccola, di età, ma anche di corporatura. Era magra magra, e il suo visino era un triangolo triste.
Era bruna di carnagione, in un periodo in cui Daniele stravedeva per le biondine e, soprattutto, quello che più disturbava era la spontanea peluria scura che le ricopriva le gambine.
Le attenzioni di Annina consistevano nell’arrivare da dietro e nell’abbrancare le orecchie di Daniele, storcendole e ponendole in un’ideale riga orizzontale, come le ali di un aereoplano.
A Daniele quell’operazione faceva male e di questo si rammaricava. Perché quella bambina ce l’aveva proprio con lui, che non capiva il perché di quello stupido gioco.
Un amico gli aveva detto che probabilmente ad Annina lui piaceva e questo era il motivo del suo stano comportamento.
Ma a me lei non piace.
E perché? Mi sembra che sia proprio adatta a te.
Voleva dire: siete tutti e due piccoli e magri, dall’aspetto un po’ immaturo. Tutto sommato insieme stareste bene.
E Daniele rispondeva: Perché ha tutti quei peli sulle gambe.
Uah… è così perché è piccola. Poi vedrai come comincerà a usare il rasoio o a farsi la ceretta!
Eh?
A Daniele non sembrava possibile che tutte le ragazze, anche quelle che gli piacevano, avessero tutti quei peli, e che tutte si radessero. Certamente non lo facevano le biondine, quelle che avevano braccia e gambe appena impreziosite da una morbida e rada peluria dorata. Una cosa gli era chiara: non conosceva per niente la realtà femminile. Non aveva la più pallida idea di come vivessero e pensassero quelle misteriose creature che erano chiamate donne.
Così non era successo niente. L’inverno era passato ed era venuta la stagione del vento e delle rose. Ci si rifugiava ancora sulle scalette, ma ormai il tempo era bello e il cielo era di un azzurro intenso e sconvolgente, un cielo nudo e disperato, troppo lontano per trovare certezze e nemmeno speranze.
Daniele non sognava il futuro. Era troppo scontento di sé e ricolmo d’insoddisfazione. Si sentiva inadeguato, inadatto al mondo in cui gli era capitato di vivere. Tutti gli sembravano più in gamba di lui, più simpatici, più disinvolti. Lui invece non trovava una sua misura, una sua dimensione. Nulla riusciva a sollevare la cappa di noia che l’opprimeva e nel teatrino dell’esistenza non aveva ancora identificato il suo ruolo. Sentiva quasi di non esistere. Non agiva, ma guardava gli altri agire, nel bene o nel male, e si chiedeva se avrebbe mai imparato a essere come loro.
Finita la scuola, quasi tutti i ragazzi partivano. Andò via anche Annina e le orecchie di Daniele trovarono un po’ di tranquillità.
A settembre la compagnia cambiò. Daniele trovò nuove persone nella sua nuova classe e non vide più Annina. Lo studio lo impegnava moltissimo e non aveva molto tempo per passeggiare ai giardini. Ogni tanto ci andava, però. Comprava una cartina di nazionali nel chiosco che vendeva tabacchi e faceva finta di fumare. Non gli piaceva molto il sapore del tabacco, ma era un modo per sentirsi più grande. Le sigarette lo stordivano e lui si chiedeva come facessero gli altri a fumarsene tante, aspirando il fumo. Non pensò mai ad Annina e al suo strano modo di giocare.
Lei gli sarebbe tornata in mente molti, troppi anni dopo, quando ormai le scelte di vita erano state compiute e non si poteva più tornare indietro. Così gli capitò sempre più spesso di ripensare a quegli anni e alla ragazzina magra che non aveva ancora imparato a depilarsi e, ogni volta che ci pensava, sentiva dentro come uno struggimento e una nostalgia che non riusciva a placare.
Aveva attraversato quel tempo di corsa, costruendosi attorno un castello che racchiudeva un enorme vuoto, e sapeva che quel vuoto non sarebbe mai riuscito a riempirlo, malgrado gli sforzi di un’intera vita.

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Radicchio e salame

Ho un paio di racconti mezzo pronti e li proporrò tra un po’ sul blog, ma sono sempre più convinto che, non essendo la letteratura commestibile, il pubblico preferisca qualcosa di più concreto.
In fondo, il cibo è un formidabile agglomeratore e di cibo tutti hanno bisogno: capitalisti e contestatori, bianchi e neri, scienziati e ignoranti, immigrati e sovranisti. Magari mangeranno cibi diversi, animali o vegetali, puri o impuri, però tutti mangiano (e spesso lo fanno anche di gusto).
Il cibo è una necessità, mentre i libri sono un piacere, ma a tante persone non interessano.
Per questo ogni tanto racconto le mie esperienze gastronomiche, anche per consolare me stesso in questo mondo malato che, dopo vari millenni, non sa ancora risolvere i suoi problemi senza la violenza, almeno a giudicare da quello che si sente in giro.

Vi illustro pertanto il mio piatto di ieri sera, che è una variazione dei miei spaghetti al radicchio.

Spaghetti integrali al radicchio con salame ed emmentaler.

Prendo mezza carota incisa in verticale a croce e tagliata a rondelle in orizzontale.
Metto i pezzetti di carota in padella antiaderente con un filo d’olio d’oliva extra vergine. Aggiungo mezzo radicchio lungo tagliato a listarelle e bagno con acqua. Condisco con sale e un pizzico di peperoncino.
Nel frattempo preparo a parte gli spaghetti integrali Rummo n. 3 (cottura 9 minuti).
Uso una pentola bassa perché la dose è per due persone. Visto che li mangio solo io, potrò usarli per cena, ma me ne rimarrà un pochino per domani a mezzogiorno.
Unisco alle verdure qualche fetta del tubo di salame gentile, che non ho ancora terminato e spolvero anche un po’ di maggiorana.
Poiché il sugo sta diventando troppo secco, unisco un po’ di rosato di Alghero. Più avanti aggiungo un po’ d’acqua di cottura della pasta. Quando è quasi pronto, taglio delle fettine dalla confezione di emmentaler e le depongo nella padella.
Cotta la pasta, la passo in padella con il condimento.
A questo punto non mi rimane che versare gli spaghetti col loro sugo nel piatto e mangiarli.

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Europa 2035

romafutura

Il lago di Bracciano è diventato una pozzanghera ad alta concentrazione salina ed è stato rinominato Mar Mezzo-morto.
L’ATAC Spa, Azienda per i Trasporti Autoferrotranviari del Comune di Roma è diventata ATDC Spa, Azienda per i Trasporti Dromedotranviari del Comune di Roma.
A Roma sopravvivono sparute colonie di maghrebini.
A Marino l’acqua è scomparsa, ma per fortuna ci sono le “fontane che danno vino” e i pochi abitanti sopravvissuti sono costantemente ciucchi.
Le ex risaie del Vercellese si sono trasformate in distese di croste pietrificate.
Il Lago Maggiore è stato ribattezzato Lago Minore e conserva ancora alcuni esemplari di rare rane equatoriali.
La Svizzera ha sostituito la croce della bandiera con la croce uncinata, e col cavolo che lascia entrare gli italiani, i quali, per disperazione, travestiti da nordici, con capelli ossigenati e lenti a contatto azzurre, tentano di attraversare l’Europa per dirigersi verso la Scandinavia, affrontando il Baltico su navi vichinghe costruite da Fincantieri. Infatti la Svezia ha minato e fatto saltare il ponte che univa la Penisola scandinava alla Danimarca e accoglie i finti vichinghi con salve di cannone. I superstiti sono sottoposti a severi controlli e viene concesso asilo solo ai veri biondi. Ovviamente l’ex terrorista Breivik è stato acclamato re di Norvegia.
Il Regno Unito ha inondato il tunnel della Manica e riempito di cocci di bottiglia le cime delle bianche scogliere di Dover ecc. ecc.

(Immagine del dromedario ricavata da http://www.animali.net/)

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Castagne secche

 

Daniele andava a scuola in bicicletta, perché, da quando era andato a vivere in un quartiere nuovo, la sua nuova casa era troppo lontana dal liceo per poterci arrivare a piedi in orario. Il quartiere era più o meno all’altezza di San Giovanni, dove le alghe creavano enormi banchine, nascondendo la spiaggia, ma si stendeva in mezzo alle campagne, piuttosto lontano dal mare.
La strada che scendeva verso il nuovo quartiere, in cui i suoi avevano costruito una minuscola villetta, era ancora sterrata e piena di ghiaia e la bicicletta pareva che odiasse la ghiaia, tanto che un paio di volte il ragazzo era finito per terra, con una bella sbucciatura al ginocchio.
La bicicletta che aveva acquistato era da donna, perché non riusciva a salire su quelle da uomo, troppo alte per lui. Daniele un po’ se ne vergognava e invidiava quelli più alti, che riuscivano, con una falcata delle loro lunghe gambe, a salire a cavallo di quel destriero instabile. Comunque, anche se non rappresentava proprio il massimo dei desideri del ragazzo, quel mezzo di locomozione svolgeva benissimo il suo compito e consentiva di arrivare a scuola in orario. Il bello era che lo si poteva lasciare da qualsiasi parte, senza che a nessuno venisse in mente di rubarlo. Non c’erano ladri di biciclette ad Alghero.

Un pomeriggio, mentre girava in bici, Daniele incontrò un suo compagno di scuola.
Si chiamava Gino ed era un ragazzino piccoletto, rossiccio, con la testa tonda, gli occhi azzurri azzurri e la pelle cotta dal sole della campagna. La famiglia di Daniele diceva che i suoi erano ferraresi e facevano parte di quel gruppo di coloni che avevano iniziato a lavorare nelle terre di Santa Maria La Palma. Erano arrivati per primi a occuparsi di quelle terre incolte, poi si erano aggiunti i giuliani che, poveretti, una terra non ce l’avevano più, da quando avevano dovuto abbandonare la loro, occupata dagli uomini di Tito.
La Sardegna li aveva accolti nelle nuove case di Fertilia, a due passi da Alghero.
Possiamo andare a casa mia, disse quel giorno Gino a Daniele: non è lontano.
Certo, non era lontano: c’erano solo sei chilometri tra Alghero e Fertilia. Bastava superare il ponte che attraversava lo stagno del Calich e si era subito arrivati. Daniele però non si era mai allontanato così tanto da casa.
La compagnia dell’amico gli diede coraggio.
Sì, andiamo, disse.
La strada aveva il grigio lucido e scuro dell’asfalto nuovo: invitava a correre. Così i due ragazzi lasciarono velocemente il crocicchio di Maria Pia e arrivarono in fretta al canale.
Daniele aveva sempre un certo timore, quando era sul ponte che attraversava il canale di collegamento tra lo stagno e il mare. L’acqua scura dello stagno lo faceva sentire a disagio. Eppure quella zona avrebbe dovuto essergli familiare. Il rio Carrabuffas, che bagnava la sua campagna (in senso proprio, perché qualche volta esondava), sfociava serenamente in quello stagno, che poi era quello in cui il suo bisnonno aveva una specie di itticoltura, a quanto gli avevano detto i suoi.
Ma anche il ponte fu superato in un attimo e così, quasi senza accorgersene, si trovò nell’abitato di Fertilia.
Era una giornata serena, col cielo azzurro spazzato dal vento e il sole che già si avviava a cadere nel mare e Fertilia li accolse, bianca come le rocce del Carso.
Quel biancore gli creava una strana sensazione. Gli pareva di respirare più a lungo e più forte, come se la vita lì si svolgesse in un’altra dimensione, tanto diversa da quella dei carrers della città vecchia, in cui era nato, dove la luce era uno spazio lontano, da conquistare.
Tutto poteva succedere, in quella strana realtà. Poteva accadere che un gabbiano si trasformasse in un’astronave e che partisse per un pianeta proibito insieme al leone di San Marco, quell’incredibile animale alato che accoglieva i visitatori, poggiato su un alto cippo bianco.
Quasi senza accorgersene, Daniele era arrivato a casa di Gino, che l’aveva invitato a casa. Naturale poi, visto che era gia quasi ora di cena, che la madre dell’amico lo invitasse a sedersi a tavola e a mangiare quello che era il loro pasto consueto.
Oh, pensò Daniele, è la minestra di castagne come quella che fa la mamma.
Assaggiò la minestra e rimase stupito. Lo stupore si leggeva sul suo volto.
Non è buona? chiese la mamma di Gino
No, è buona, disse lui e continuò a mangiare, perché facendoci la bocca non era male, ma chissà perché, mentre la minestra di casa sua era dolce, questa era salata. Evidentemente i ferraresi la minestra di castagne la facevano salata, come il minestrone o il brodo di carne, ed era un peccato, perché invece la minestra dolce di castagne secche era una delle cose che a lui piacevano di più.
Ci mise un po’ a finire quella strana minestra in cui un frutto dolce come la castagna diventava salato. Daniele non vedeva l’ora di tornare a casa per raccontare alla mamma quella stranezza e rifletteva su quella nuova esperienza. Il mondo, quindi, non era sempre uguale a quello che percepiva nell’incavo della sua casa. Al di là dei muri, al di là del suo piccolo giardino, esistevano altri sapori, forse un diverso pensare. Forse esistevano tanti mondi, uno differente dall’altro, e ognuno aveva le sue regole, i suoi gusti, le sue esigenze. La vita era molto più complessa di quanto avesse mai immaginato.

Il cielo andava scurendosi, quando Daniele inforcò la bici per rientrare ad Alghero. Arrivò che era già quasi buio.
I suoi erano in grande agitazione, perché non accadeva mai che rientrasse a casa così tardi.
Sai, mi hanno invitato a mangiare con loro, si giustificò il ragazzo.
La mamma non poteva obiettare, chiedergli perché non avesse chiamato. Non c’erano i telefonini allora.
E che cosa ti hanno dato? disse invece.
Minestra di castagne.
Buona! fece la mamma.
Sì, ma non è come la fai tu.
E come la fanno?
Salata, mentre la nostra è dolce. Daniele aveva ancora davanti agli occhi quella curiosa minestra, dello stesso colore bruno di quella che gli era familiare, ma così diversa nel sapore.
Chissà come fanno a mangiarla salata, disse la mamma.

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Senza futuro

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Li sento gridare. Giocano, nel cortile di quella specie di oratorio, in un tempio creato per riti diversi dai nostri. Sono come noi? Certo, ma sono educati per seguire convinzioni e principi che non sono identici a quelli che seguono i nostri ragazzi. Andranno insieme o separati verso il loro futuro? Ma poi, ci sarà un futuro?
Qualche volta mi convinco che siamo veramente sull’orlo di un baratro, avviati verso una catastrofe definitiva e irreversibile, che trascinerà con sé cristiani, atei, agnostici, ebrei, mussulmani, buddisti, satanisti, anarchici, comunisti e liberali.
Forse insieme a me se ne andrà il mondo, quel mondo che mi sono illuso che esistesse solo in quanto io lo percepivo, ne scorgevo il muoversi incerto ma ineluttabile, ne individuavo i limiti e le contraddizioni.
È servita a qualcosa la mia vita? Certo ho parlato a tanta gente, ho scritto tante cose, ma chi le ha veramente lette e capite?
E poi che senso ha comunicare, lanciare messaggi, avvisare il mio branco di un pericolo, se la distruzione è stata già determinata, se l’uomo, almeno in questa forma, è destinato a scomparire per sempre?
Forse, tra qualche migliaio di anni, una stirpe aliena troverà in una delle biblioteche miracolosamente rimaste indenni uno dei miei libri e cercherà di interpretarli, ma sarà come leggere e capire il manoscritto Voinich, un prodotto alieno, che parla di cose e vite sconosciute, in un pianeta sperduto e ormai distrutto da tempo immemorabile.
È tutto inutile, mi dico. È stato tutto inutile.

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Bambinate

luna offuscata

luna offuscata

Fatti di cronaca che si ripresentano. Storie di violenza che riappaiono periodicamente. Parole infelici (bambinata) dette da chi non le dovrebbe dire, per essere politicamente corretto. Si sa che però la vita è politicamente scorretta, che lo spirito comune nutre pensieri e desideri inconfessabili, tanto che spesso l’uomo della strada, se lasciato libero di esprimere il proprio pensiero, finisce per comprendere, se non per giustificare, comportamenti che la censura sociale riterrebbe criminali. Oggi si sono trovate formule che classificano questi comportamenti, sempre più frequenti tra gli adolescenti, locuzioni o termini quali “arancia meccanica”, “stupro di gruppo”, “bullismo”, “branco”. Una volta queste forme di violenza erano prerogativa del maschio, ma ora cominciano a diffondersi anche tra le ragazzine, che devono dimostrare di non essere inferiori ai maschi per ferocia.

Mi sono occupato altre volte di queste devianze sociali e continuo a occuparmene. La violenza, per lo più gratuita, simile a quella rappresentata da Gide in Les caves du Vatican o a quella di cui è impregnato il romanzo di Burgess, A Clockwork Orange, è un problema con cui la nostra civiltà dovrà prima o poi fare i conti. Un racconto che ancora sto scrivendo, Il crescione, parlerà di un caso di violenza perpetrata da parte di adolescenti di sesso femminile, vagamente ispirato da un fatto di cronaca.

La mia modesta opinione è che ci sia sempre stata un’eccessiva tolleranza verso certe forme d’intemperanza giovanile. Si comincia con la “sana scazzottata” e si finisce col terrorizzare gli altri con le squadracce o con le bande. Continuo a pensare che la violenza, in tutte le sue forme, non debba mai essere considerata con indulgenza. Non si tratta mai di “ragazzate”, ma di devianze comportamentali, di pericolosi focolai che è sempre bene spegnere sul nascere.

Mi sembra naturale invece riproporre un mio vecchio racconto, che tratta di un episodio (immaginario) visto attraverso gli occhi di un recente passato.

Un’altra luna

Ho guardato la luna. E’ quasi piena, una luna da licantropi, enorme, gialla, chiara, luminosa. C’è qualcosa di opaco sulla sua faccia, ma non sono più le macchie che vedevo una volta. Ora non riesco più a distinguerle bene e non mi ricordo più nemmeno com’erano. Se cerco di fotografarla, vedo poi solo un’immagine tonda e luminosa, qualche volta oblunga, ma non risultano i particolari, i mari, i crateri: solo un cerchio o un’ellisse dal colore uniforme.
Mi fa uno strano effetto, la luna, e forse non è la luna, ma la notte. Succedono tante cose, di notte, cose che non sai se sono avvenute veramente o se te le sei inventate, o se sono capitate a un altro, forse a quell’altro che tu eri una volta. Così pensi che non possa essere vero, che la tua memoria riporti scene viste in un film, o lette su qualche libro.

Non vieni a dormire? E’ mezzanotte!
Vengo subito, vengo.
Ma cosa fai, guardi la luna?
Non lo so
Guarda che è sempre la stessa. Dopo che l’hai vista una volta…
Ne sei sicura?
Sicura di che?
Che la luna è sempre la stessa?
Certo: lei sta sempre lì, sempre uguale. Siamo noi che cambiamo
Perché diventiamo vecchi?

Così chiudo la finestra e mi avvio verso il letto; mi ci butto sopra. E’ da tanto tempo che io e Tiziana rimaniamo nella nostra porzione di letto. Ho anche comprato un materasso unico a due piazze, per non trovare quella fastidiosa divisione dei materassi, quella specie di precipizio che scoraggia la migrazione tra l’una e l’altra delle piazze, se si ha voglia di sentire il corpo dell’altro; però non serve a niente, non cambia niente. Sì, certo: a volte succede di allungare un braccio e trovare una parte della struttura fisica della persona che si è amata una volta. Ma tutto si ferma lì. Una carezza, un casto riconoscersi, la rassicurante certezza di una presenza: tutto qui.
Il tempo della solitudine è arrivato, anche se nessuno dei due è morto, non è ancora completamente morto. I piedi si spostano in uno spazio vastissimo, un deserto in cui possono avanzare a loro agio. Il corpo può muoversi liberamente, girarsi su un lato, raggomitolarsi.

Tiziana è serena, adesso, perché sa che sono con lei, in quel letto grande, anche se penso, se sono libero di pensare, anche se ricordo o credo di ricordare, anche se ricordo cose che a lei non potrei confessare mai
Tante cose non c’è mica bisogno di andarle a raccontare, soprattutto a tua moglie! Se proprio non si può fare a meno di parlarne. Cose che riguardano la tua sfera intima, o comportamenti di un tempo, di cui oggi ti vergogni: rabbie, violenze, desideri, ingenuità.

Ci sono cose che ti possono macchiare per sempre, altre che sei proprio tu a considerare macchie, mentre forse non lo sono. Le figuracce, ad esempio, la mancanza di coraggio, l’incoerenza. Cose e avvenimenti che per te hanno rappresentato motivo di sofferenza, che hai percepito come circondati da un alone di negatività.

Una notte, tanto per fare qualcosa di nuovo. C’era un gran caldo, anche se era soltanto maggio. Credo sia stata la primavera più calda del secolo, almeno dalle mie parti.
Non ricordo nemmeno se ci fosse la luna. Ma allora si usava riunirsi sulla spiaggia, per stare insieme, cantare, divertirsi. Io non l’avevo mai fatto e qualche amico mi trascinò lì, a una decina di chilometri dalla città. Una spiaggia isolata, con le dune, la pineta, le palme nane, tutte quelle strane erbe che crescono nella sabbia, le palle di posidonia che si depositano a migliaia lungo la riva del mare.
Strano per me fare il bagno senza la luce, senza il calore del sole. Mi sentivo privo di consapevolezza, immerso in una vita che non era la mia vita abituale, in qualche modo trascinato dagli altri verso un agire che non era più mio, ma quello di tutti, degli amici, dei compagni, di tutti quei ragazzi che si erano riuniti per una nottata diversa dalle altre.

Poi qualcuno incominciò a tirar fuori le birre. Anche quello era in programma. Ci eravamo divisi in gruppi. Ognuno con i compagni di scuola e gli amici più intimi.
Qualcuno schiamazzava, poco lontano, e un paio di amici andarono a vedere.
Si era formato un assembramento, come spesso succede, anche di giorno, nelle spiagge, quando c’è qualcosa di nuovo, un’attrazione, qualcosa che aiuti a far passare la noia. Magari qualcuno che improvvisa uno spettacolo o che vende un oggetto o un giocattolo per i bambini

Qualcuno disse: venite.
Ci accodammo al gruppo, ma non si vedeva ancora nulla.
Sentivo urlare. Doveva essere una delle ragazze. Forse aveva bevuto troppo e stava male.
Un ragazzo grosso si volse verso di me e mi disse: E’ una che ci sta, te la puoi fare anche tu.
Mi spinsero avanti e mi trovai improvvisamente al centro.
C’erano dei ragazzi per terra e una ragazza distesa che si agitava.
Non potevo muovermi. Quasi non capivo. Mi pareva assurdo quello che stava capitando.
Uno dei maschi teneva una torcia, per illuminare la scena.
La ragazza urlava e qualcuno cercava di farla star zitta. Le tenevano le braccia, mentre uno dei ragazzi le stava sopra e si muoveva. Era così che si faceva l’amore?
Poi si staccò e un altro si fece avanti, ma non lo vedevo bene. Quella che vidi bene fu la ragazza, la sua faccia, le sue gambe che si sollevavano cercando un’impossibile via di fuga.

Cominciai a desiderare di essere anch’io uno di quelli che usavano la ragazza, ma in quel momento non riuscii ad avvicinarmi, a toccarla. Eppure era un’occasione che mi si offriva, un’occasione di fare qualcosa che avevo tanto desiderato, tanto immaginato, anche nei miei sogni ad occhi aperti. Ma l’agitazione che provavo era talmente forte da bloccare ogni mia capacità di agire. Si sa che il momento dell’azione è breve e se si è indecisi, timorosi, insicuri, subito qualcuno più spavaldo subentra e ti sottrae la scena.

Improvvisamente vedo al mio fianco Angelo, che mi tira per un braccio. E’ il più maturo dei miei amici, ripetente da una vita, ma con un po’ di cervello in più rispetto a noi ragazzini.
Dai, andiamocene, mi dice. Mi spinge nella sua macchina, una vecchia giardinetta. Io sono ancora istupidito; mi sembra di non capire bene cosa sia successo. La birra mi ha annebbiato il cervello. Nient’altro, mi sembra. Non girava erba a quei tempi, ma non posso esserne sicuro. Guardo i cespugli che scorrono, la strada bianca di polvere. Così almeno la ricordo, bianca. Allora c’era, la luna!
Angelo mi scarica a casa. Non è successo niente, dice. Apro il cancello e mi trascino fino al portone. E’ tutto buio. La casa dorme, non mi accoglie, ma nemmeno mi rifiuta. Non c’è nessuno a chiedermi come mai sia ritornato a quell’ora. Il letto è preparato. Sollevo il lenzuolo e m’infilo dentro. Non riesco più a pensare a niente.
L’indomani ho la testa pesante. La mamma mi chiede:
Ti sei divertito ieri notte

E cos’avete fatto?
Il bagno di notte.
Al buio?
No, c’era la luna.
Ah sì: è vero che c’è la luna!
E poi?
Vorrebbe sapere tutto, vorrebbe essere sempre con me, vivere la mia vita, conoscere tutte le cose che non sa, vivere tutte le esperienze che non ha vissuto.
Mio padre mi fissa con lo sguardo cupo. Non è uno che parla molto, ma capisce quando un ragazzo ha bevuto troppo, lo vede dalla faccia, dagli occhi.
Poi abbiamo giocato sulla sabbia.
E’ vero, abbiamo giocato, ma qualcuno ha fatto degli strani giochi.
Perché sono andati così avanti – perché hanno deciso di giocare pesante?
Quel viso arrossato, alla luce della torcia.
No, basta!
E pensavo a com’erano strane le donne, con quella fessura in cui si doveva entrare per dimostrare di essere uomini, quasi un dovere. Con quel corpo che avevo visto per la prima volta com’era veramente. Così roseo e luminoso nel buio, alla luce di quella torcia.

Nessuno ha mai parlato di quello che capitò quella notte. La ragazza non disse niente. Era una che non aveva una gran bella fama. Magari aveva pensato di appartarsi con un suo amico, ma non pensava di dover soddisfare una banda di scapestrati. Nemmeno loro erano studenti modello. Qualcuno aveva già smesso di studiare e lavoracchiava come manovale o si arrangiava in qualche altro modo. Ma erano cose che succedevano da tutte le parti. Si sapeva!

Quell’esperienza mi aveva lasciato una sorta di agitazione interna, che mi tenne compagnia per vari giorni. Non capivo se ero tormentato dal rimorso per non aver subito denunciato il fatto, o dal rincrescimento per essermi fatto sfuggire l’occasione per realizzare finalmente quell’esperienza di vita che chissà quando avrei potuto fare. Ero combattuto tra diverse forze e non sapevo bene come comportarmi. I miei amici mi parlarono e mi consigliarono di non far cenno di niente. Se si finiva davanti ai carabinieri, poi non si sapeva mai cosa sarebbe potuto succedere. Ognuno di noi avrebbe potuto essere accusato delle peggiori azioni. Poi erano tutti abbastanza sbronzi per ricordare una cosa per un’altra e, magari, accusare proprio chi non c’entrava, uno che stava lì per caso. Nessuno dei compagni si fidava dei carabinieri: meglio non averci a che fare!

Così non ho parlato, allora, di quello che ho visto, di quella ragazza dal viso arrossato dalla rabbia o dagli schiaffi, della vigliaccheria di quelli, me compreso, che avevano assistito allo spettacolo senza intervenire per interromperlo. Avevo bevuto; avevano bevuto tutti, anche le ragazze. Chi era responsabile?
Chi aveva il coraggio di affrontare i carabinieri, che fanno passare per colpevole quello che denuncia o magari la ragazza stessa, colpevole di essersi offerta, di aver provocato i suoi compagni, così mezzo nuda com’era? No, non si poteva raccontare niente, allora. Perciò non dirò nulla adesso: non avrebbe più senso, sarebbe una confessione inutile, come scaricarsi addosso una carrata di letame. Meglio guardare la luna e far finta che tutto vada bene, anche se la luna che vedo adesso sembra proprio un’altra luna.

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Gide e la lettura

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Ci sono autori scomparsi parecchio tempo fa, e oggi ormai quasi sconosciuti ai lettori di oggi, che sembra scrivano ai giorni nostri. Mi era già capitato con Octave Mirbeau, ma oggi trovo un altro esempio perfettamente ascrivibile al nostro tempo. Vi propongo pertanto queste parole, scritte da André Gide in Les caves di Vatican, libro del 1914 che sa precorrere i tempi, per vari aspetti.

“Povero Julius! [Julius de Baraglioul è, nel romanzo, uno scrittore di sentimenti cattolici] Tanta gente che scrive e così poca che legge! È un fatto: si legge sempre di meno… Finirà con una catastrofe.”

Non è quello che si sente dire anche adesso, da parte degli attuali osservatori e critici della nostra vita culturale?

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Isola di plastica – Parte 2

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I turisti sciamarono per i corridoi e si precipitarono nella grande hall dell’albergo.
Si era sparsa la voce che le isole fossero state attaccate dai pirati.
Dall’esterno, al di là delle vetrate, si udivano scoppi e colpi di armi da fuoco. Scie di fuoco apparivano e scomparivano, come se qualcuno avesse improvvisato uno spettacolo pirotecnico.

Nella confusione generale, apparve Coughlin, con il suo vice Rani e i pochi poliziotti che collaboravano con loro.
Aveva raccolto dal deposito le armi disponibili e le portava tutte insieme, come una specie di Terminator. «Qualcuno sa sparare?» chiese «Se ci sono volontari, li arruolo immediatamente.»
«Noi non siamo combattenti» fece un turista che pareva russo o di qualche altro paese slavo. «Non fa niente» rispose Don «le chiedo soltanto se è in grado di sparare.»
«No, non ho mai preso un arma in mano» disse il turista.
«Va bene, allora rimanga qui con i vecchi a farsi massacrare. Gli altri vengano con me.»

Sia io che il mio amico avevamo qualche esperienza di tiro, anche se preferivamo prendercela con piattelli o lattine che con gli esseri umani, per cui accettammo di essere ingaggiati.
Don ci portò in un posto che non avevamo mai visto. Era una specie di struttura di metallo, provvista di motore, che poteva restare attaccata all’isola, ma anche distaccarsene al bisogno.

Eravamo appena fuggiti dall’albergo, quando i pirati fecero irruzione, senza trovare resistenza.
Una volta penetrati nella hall, radunarono tutti i turisti al centro della sala, tenendoli fermi con la minaccia delle armi.
I testimoni di quella imprevedibile aggressione raccontarono di essersi trovati dinanzi a una specie di orda selvaggia, formata da uomini di varie razze, vestiti come se fossero usciti da un set cinematografico.
Quello che sembrava il capo era un gran pezzo d’uomo, una specie di Sandokan caraibico, di sangue misto. Era a torso nudo e le poche donne presenti lo guardarono con ammirazione.
Il marcantonio dal torso bronzeo, che si chiamava Diego Gutierrez, intimò ai malcapitati di consegnare tutti gli oggetti di valore e si avvicinò alle signore, specie a quelle ancora piacenti, per assicurarsi che non nascondessero qualcosa di prezioso. Dopo quella specie di perquisizione, alcune donne furono scelte come bottino e accompagnate dai pirati più vogliosi nelle salette del personale dell’hotel.
Per alcune ore i visitatori rimasti nella hall sentirono grida e imprecazioni uscire dalle stanze, ma giurano che non tutti gli strepiti erano lamenti o urla di orrore.

Mentre i figli della Filibusta terrorizzavano gli ospiti dell’albergo e arrostivano le loro compagne e le altre disperate casalinghe sulle fiamme del peccato, Coughlin ci istruiva nell’uso delle armi.
«Abbiamo qualche kalashnikov» disse «semplice ed efficace, e dei buoni fucili di precisione.»
«Attenti ai kalashnikov» aggiunse. «Teneteli forte, se non siete abituati al rinculo.
Il nostro capo mi affidò un AK-47, mentre Gary, che era un ottimo tiratore, prese un MTS-116.
Poi Coughlin ci fornì alcune informazioni essenziali.
«La nostra imbarcazione, una volta separata dall’isola, è come una specie di motocannoniera, ci disse. È equipaggiata con un paio di unità lanciamissili, in grado di danneggiare seriamente qualsiasi unità navale tradizionale. Prima di tutto cercheremo di capire di quali forze dispone il nemico, poi decideremo cosa fare.»

Sembrava la cosa più ovvia e, dopo essersi consultati, lo sceriffo e Rami decisero di studiare la situazione dall’esterno.
La nostra navicella si distaccò agilmente dall’isola e si diresse verso il largo. Stava già incominciando ad albeggiare e si vide chiaramente che i pirati disponevano di due scafi.
Il nostro consiglio di guerra, costituito dai due capi e da un paio di poliziotti anziani, stabilì di affondare una delle due imbarcazioni pirata, quella più vicina a noi. Lasciando l’altra in condizione di navigare, per poter accogliere eventualmente i filibustieri in fuga.
Si decise inoltre di attaccare senza preavviso, anche se le navi pirata avevano uomini a bordo.
«Non me ne frega niente di quelle merde» sentii dire a Coughlin «devono essere eliminati fisicamente.»

Credo che sia andato personalmente ad armare le unità lanciamissili e a far partire i primi missili. Non era mai accaduto che dovessero usarle, ma avevano fatto delle simulazioni. Ora però bisognava agire davvero e in fretta.
Il primo missile partì e colpi il bastimento nemico di striscio, ma il secondo lo prese in pieno.
Seguì una spaventosa esplosione, dopo di che la nave cominciò a imbarcare acqua e a inclinarsi. Si videro, a distanza, uomini che si buttavano a mare, senza che avessero molte speranze di salvezza, in quelle acque infestate dagli squali.
Dopo l’attacco, Coughlin chiamò l’isola e volle parlare col capo dei pirati.
«Se entro un’ora non sarete tornati sulla vostra barcaccia e non sarete andati via dalla nostra isola, verremo a prendervi» disse il nostro poliziotto-ammiraglio.
«Noi abbiamo quaranta ostaggi» fece il pirata «e li uccideremo uno ad uno, se non vi consegnerete.»
«Potete uccidere chi vi pare» disse Coughlin. «Noi non siamo responsabili di quei quattro borghesi che vengono nell’isola come se andassero allo zoo. Comunque, se farete del male a quei poveracci, ne pagherete le conseguenze. Potrete scegliere se essere appesi al sole senza acqua né cibo fino alla morte o essere buttati a mare in mezzo agli squali. E se deciderete di rimanere nell’isola lanceremo i nostri missili e la faremo saltare, con voi dentro.»
«Non potete farlo» urlò Gutierrez. «Non potete uccidere anche i turisti!»
«Possiamo fare quello che vogliamo. Non obbediamo a nessuna legge, proprio come voi.»
Così disse, poi riattaccò, senza lasciare al filibustiere il tempo di controbattere.
Raccontano i turisti che Gutierrez cominciò a bestemmiare e a sudare. Quell’animale capace di terrorizzare innocui vecchietti e di violentare signore indifese capiva che questa volta si trovava disarmato, di fronte a una forza di cui non conosceva l’entità, e per la prima volta sperimentava il vero terrore.
Riunì i compagni e decise che la fuga era l’unica possibilità di salvezza. Così quell’orda di manigoldi risalì sulle scialuppe con cui avevano raggiunto l’isola di plastica e tornò sulla nave.

Anche noi ci riunimmo, mentre tenevamo sotto osservazione la ritirata piratesca.
Avevamo vinto, ma non avevamo sconfitto tutte le nostre paure.
«E se pensassero di tornare, con altri mezzi e con altre armi?» chiese qualcuno.
«Non torneranno» fece cupo Coughlin.
Lo vedemmo dirigersi verso l’unità lanciamissili. Pochi secondi dopo, altri due missili partirono, in direzione della nave pirata. Questa volta entrambi i colpi andarono a segno e anche la seconda nave andò a raggiungere la prima.
Osservammo bene tutta la scena, ora che il mare ricominciava a luccicare, riflettendo le prime vampe dell’alba.
Lo sceriffo tornò pochi minuti più tardi. Aveva l’aria serena.
«Naturalmente, nessuno di voi ha mai sentito parlare di pirati, se non al cinema» disse.

Quando tornammo sull’isola, gli ostaggi, insperatamente salvi e illesi, a parte le donne brutalizzate, ci chiesero notizie dei loro sequestratori.
«Sono scappati» disse Coughlin «ma ora cercate di non pensarci più e dimenticate questa brutta avventura.»
Comunque ormai nessuno aveva più voglia di proseguire le vacanze e tutti pensavano a tornare a casa.
«La cosa buona» disse Gary «è che non abbiamo avuto nemmeno bisogno di tirare un colpo.»

 

 

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Isola di plastica – Parte 1

isola

Prosegue la serie dei Viaggi impossibili con il terzo viaggio.

Il viaggio, a dire il vero, non era programmato e non mi sarei mai avventurato nel bel mezzo dell’Atlantico, se Gary non mi avesse incuriosito.

«È un posto incredibile» mi raccontò. «Non c’è nulla di simile in tutto il globo. Un territorio nato dal nulla, in mezzo all’oceano.»
Sapevo che gli oceani erano diventati enormi depositi di spazzatura industriale, ma non avrei mai immaginato che vi si potessero creare, su quegli ammasi di residui di plastica e di rifiuti di ogni genere, vere e proprie isole. Ancora più incredibile era che qualcuno avesse pensato di utilizzare quei conglomerati galleggianti per costruirvi case, in uno spazio libero, dove nessuna nazione potesse accampare diritti, né issare bandiere.

I primi a pensare di fermarsi a vivere su quelle zattere oceaniche furono dei marinai che non trovavano più ingaggi. Facce scavate, arrossate dalla calura dei mari tropicali ed essiccate dalla salsedine. Sguardi abituati a vedere l’infinito, che finalmente speravano di trovare quella pace che il mare non era in grado di offrire, ma che nemmeno la terra ormai riusciva più ad assicurare.
Poi arrivarono gli impiegati in fuga dalle aziende e dalle loro ristrutturazioni, che ogni volta precipitavano i dipendenti nell’inferno della disoccupazione permanente. Infine furono gli artisti a scoprire quel nuovo piccolo mondo nel ricercare modi alternativi di sopravvivenza.
Le prime isole erano semplici ammassi di rifiuti, ma a poco a poco l’ingegno dei primi abitatori rinforzò le strutture spontanee creando basi più solide per consentire un migliore e durevole galleggiamento. Con gli stessi materiali di scarto: plastica, legno, metallo, si alzarono muri e si costruirono padiglioni e veri e propri palazzi, tanto solidi da reggere le perturbazioni dell’Oceano.
Gli isolani vivevano principalmente di pesca, ma anche di caccia e dei prodotti degli orti idroponici che avevano cominciato ad assemblare sulle aree terminali delle costruzioni.

La vita in quelle terre artificiali era piuttosto semplice e decisamente più tranquilla di quella che si trascorreva di solito in una delle nostre società industriali.
Nessuno pagava tasse, perché non esisteva uno stato, nessuno si preoccupava di assicurarsi la proprietà degli spazi, dei giardini pensili, né delle abitazioni. Tutti al contrario si occupavano della produzione che era utile a tutti. Chi era più abile nella pesca scambiava i pesci con le piante dei coltivatori degli orti.

Non esisteva un vero e proprio organismo di carattere militare, che si preoccupasse della difesa. Quando però le isole cominciarono a popolarsi di uomini di varia origine e ceto sociale, quando i proventi del turismo e della pesca cominciarono a divenire consistenti, gli abitanti decisero di creare una specie di polizia interna, che avesse facoltà d’intervenire in caso di controversie e battibecchi e di contrastare i pericoli che provenissero dall’esterno.
Una piazzuola chiara e pulita costituiva il centro dell’abitato e su quella si affacciavano i principali servizi, dall’albergo allo spaccio, in cui si vendevano i mezzi di prima necessità.

Quando raggiungemmo, per la prima volta, l’agglomerato principale delle isole, un uomo grosso, dall’aspetto trasandato, ci intercettò. «Sono l’albergatore» tuonò, con voce robusta, troppo forte e rauca per noi gente di città, che rivelavano le sue origini di marinaio o pescatore.
«Volete visitare l’isola o siete venuti qui per trasferirvi?» chiese.
«Siamo soltanto visitatori» dissi.
«Allora bisogna che vi racconti alcune particolarità di questo posto.
Non rimanete troppo all’aperto, soprattutto quando c’è bonaccia. Si forma una specie di bruma, che può essere pericolosa per l’uomo.»
«In che senso?» chiese il mio amico.
«Nel senso peggiore del termine. L’esposizione ai vapori provoca un’ebbrezza difficilmente sostenibile e successivamente uno stato comatoso, da cui ci si risveglia a fatica.»
«E da cosa dipende?»
«Dalle esalazioni della plastica, a contatto con l’acqua marina e con la sollecitazione del calore solare.»
«C’è un modo per difendersi?»
«Certamente. Basta chiudersi bene negli alloggi, che prendono aria dall’alto.
Il gas, che si diffonde nell’aria, si mantiene fino a tre metri dal suolo, più in alto le brezze oceaniche lo spazzano via e lo mandano ad avvelenare gli spazi qui attorno, le rotte immutabili delle petroliere.
Ogni tanto, si narra, qualche marinaio impazzisce e non se ne conosce la causa. Io penso che tutto nasca dall’ammorbante potere di questi depositi, dal respiro venefico delle isole.»
«E con tutto questo ancora qualcuno viene ad abitare qui?»
«Non tutti hanno paura della follia e poi l’isola, tutte le isole di questo mare, hanno un fascino segreto, che forse anche voi avrete la possibilità di sperimentare.»
«Quale fascino?»
L’albergatore sorrise. «Il fascino dell’universo» rispose. «Ho fatto disegnare una mappa, che sta nel salone del secondo piano. Dateci un’occhiata» disse, e ci accompagnò in una costruzione dalle pareti luminose e abbellite da incrostazioni che producevano, alla luce del sole, riflessi che parevano di madreperla. Ci invitò poi a salire nelle nostre stanze, in uno dei piani superiori.

La mia camera era piccola ma comoda. Ero terribilmente sudato e sentivo il bisogno di una doccia.
Dopo essermi rinfrescato, mi stesi sul letto a riposare per qualche minuto.
Ora mi sentivo di nuovo in forma e finalmente potevo scendere nel salone per vedere la mappa di cui il nostro oste aveva parlato.
Gary era con me e osservò anche lui la proiezione cartografica, che occupava un’intera parete.
Rappresentava l’isola sulla quale eravamo approdati, l’isola maggiore, e tutte le isolette che si erano formate a qualche distanza da questa.
Una particolarità accomunava tutte quelle creazioni spontanee, che imitavano l’organizzazione naturale: avevano tutte la forma di una galassia, di un ammasso di materia che si era addensata seguendo linee di aggregazione che parevano spirali irregolari. Spinte e movimenti casuali avevano plasmato in modo differente tutte quelle strutture, ma nell’insieme un osservatore attento non poteva non rendersi conto che una legge comune le governava, quella di una logica matematica che le costringeva ad avvitarsi verso il centro, come se fossero attratte da un irresistibile forza che le obbligasse a precipitare verso un punto di attrazione. Era strano come anche le costruzioni artificiali, se abbandonate al potere della natura, finissero per imitarla.

Quel giorno mangiammo pesci e alghe. L’indomani, il ristorante offriva anche qualche piatto di carne di volatili, cucinata in modo appetibile, che apprezzammo, complimentandoci con l’albergatore.
Quest’ultimo, che si chiamava Petrus Wallerstein, ci fece conoscere un suo amico, che dirigeva quella sorta di polizia locale che assicurava l’ordine nelle isole. Era una specie di sceriffo, Don Coughlin, un londinese in fuga dalla civiltà, che aveva trovato in quelle particolari strutture un mondo più vicino ai suoi ideali di vita, e in cui poteva esercitare un potere che nella metropoli sarebbe rimasto per sempre un sogno impossibile.

Tutto sembrava tranquillo e stavamo progettando escursioni nelle isole minori, quando fummo svegliati in piena notte da un segnale d’allarme.

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