Autori invisibili

scrittoriinvisibili

Ci sono autori e autrici che vagano tra librerie e tipografie, che cercano lettori irreperibili, che corteggiano senza successo critici, librai e bibliotecari. Nessuno li vede, confusi come sono tra la folla. Si dice che non dispongano neppure di un’ombra e che gli specchi si rifiutino di rifletterli, proprio come avviene ai vampiri.
Sono gli autori invisibili. Nessun lettore ne parlerà mai in un gruppo di lettura o in un gruppo facebook, nessun critico potrà mai scrivere due righe sui loro libri in un giornale, né in un sito web di letteratura. Vendono qualche libro, se fanno presentazioni e firmano copie in libreria, ma gli acquirenti terranno il libro su uno scaffale, senza avere il coraggio di leggerlo, perché dovranno dare la precedenza al bestseller di cui parlare con amiche e amici.
Il nome stesso degli scrittori invisibili è un’opinione. Qualcuno lo sbaglia, confondendolo con quello di un autore famoso, qualcuno lo storpia, come quello del ragionier Fantozzi/Fantocci/Bambocci.
Lo scrittore invisibile vive malissimo questa sua condizione. Si chiede cosa mai avranno fatto i dieci scrittori di successo ancora in attività per entrare nel gruppo dei privilegiati. Si chiede se sia necessario diventare massone, iscriversi a un partito politico, militare in un gruppo extraparlamentare, diventare magistrato, combattere la mafia, entrare nella ‘ndrangheta, finire in gattabuia, incontrare gli alieni o vedere qualche madonna.
Allo scrittore invisibile non rimane che morire al più presto, perché qualche decina di anni dopo la sua morte avrà una possibilità su cento di essere riscoperto e pubblicato da un editore di nicchia. Al suo nome si intitoleranno premi e istituti (premio Bambocci o simili). Le sue migliori pagine entreranno nelle antologie e saranno odiate da un ingente numero di studenti. I suoi eredi perderanno cause su cause nel tentativo d’intascare i diritti d’autore.
Quale sarà il futuro degli autori invisibili? Forse quello di raccontare favole ai nipotini e di regalare i loro libri ai giovani lettori, nella speranza che ne leggano qualche pagina, sempre ammesso che i libri esistano ancora e che tutti gli invisibili non si scoccino e non smettano di scrivere, mandando in fallimento tipografi, servizi editoriali, librai, agenti letterari, distributori e blogger… e così sia.

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I segreti dei servizi

spirale

Sappiamo che è abitudine dei servizi, in qualunque parte del mondo, spremere i sospetti di spionaggio fino a fargli sputare l’anima. Loro chiamano queste procedure interrogatori, noi le chiamiamo torture, ma non è questo il punto.
Qualcuno mi sa spiegare come potevano credere i servizi egiziani che un ragazzino italiano fosse stato mandato in Egitto da una professoressa egiziana, manifestamente connivente con gli oppositori del regime, soltanto per fare un’innocente ricerca sul campo? E poteva il povero studioso pensare che i suoi collegamenti con le forze di opposizione egiziane sarebbero andati a genio agli egiziani? Non avrebbe dovuto sospettare che quelle manovre e quei contatti potessero interessare anche i servizi britannici e che quindi, per un motivo o per l’altro, lui poteva rimetterci la pelle?
Chi segue le mie storie sa che non sono uno specialista di spy stories, ma sa anche che ogni tanto mi piace parlare di quel livello segreto della nostra vita che è condizionato da forze di cui non sospettiamo nemmeno l’esistenza. In molti dei miei libri, pubblicati e no, si parla di sette, servizi segreti, persone che vivono in una realtà particolare e che vivono esperienze non comuni.
Tempo fa avevo scritto anche una spy story breve, ma caratteristica, intitolata l’agente. Il protagonista probabilmente tornerà in un altro romanzo, Viaggio nell’odio, che però è fermo a circa un terzo del suo svolgimento e minaccia di rimanere incompiuto.
Vi ripropongo, comunque quel vecchio racconto, nella speranza che rivederlo mi regali qualche spunto per le mie nuove storie di spionaggio e per le mie meditazioni sulla violenza.

L’agente

1.

A quanti metri? Forse trecento, in linea d’aria. Una forma quadrata si solleva dal terrazzo di un grande condominio, un terrazzo grigio di cemento. Un terrazzo opaco, a più livelli. La forma è un quadrato bianco, che un uomo porta veloce e deposita in un altro punto invisibile, nascosto dai tetti di case più vicine. Ed ecco che un altro uomo, anche questo veloce e sicuro, solleva un altro quadrato, forse un pannello, ma il suo colore è nero o grigio scuro: la distanza non consente un’esatta valutazione del colore. Per un po’ i due uomini s’incrociano, uno con il pannello, che sembra leggerissimo, l’altro con le braccia libere. Il primo deposita i pannelli, il secondo ritorna a prendere un nuovo pannello che diventa una vela triangolare, prima di girare e rivelare la sua forma probabilmente regolare e quadrata.
Li guardo, da questa finestrella che mi offre la visione di una distesa perduta di tetti, facciate, finestre, terrazzini. Potrei colpirli da qui, ma non ce ne sarebbe motivo: un altro dev’essere il mio bersaglio, in quella porzione di strada, in quello spicchio di strada che da qui si vede chiaramente.
Su quella strada si fermerà un’automobile, una limousine nera, che luccicherà al sole di marzo, e ne scenderà un uomo. Forse si fermerà per un momento, forse alzerà un braccio, quello sinistro com’è sua abitudine, per salutare. Ci saranno varie persone attorno a lui per proteggerlo, ma da qui riuscirò a inquadrarlo perfettamente, anche solo per un momento. Non esiterò, sono allenato a questo. E non sbaglierò il colpo. Mio padre era un tiratore scelto e anch’io ne ho ereditato le doti. Non so fare altro nella vita, non saprei fare un qualsiasi lavoro, non sono curioso e non riesco ad apprendere con facilità. Sono troppo occupato a tenere in efficienza la mia macchina, di nervi, muscoli e ossa, a tenere allenata la mia capacità di risposta agli stimoli.
Non devo lasciarmi ingannare dalle forme, non devo avere incertezze, devo interpretare esattamente tutto quello che vedo, reagire in un decimo di secondo, scegliere – SCEGLIERE – un bottone, un grilletto, un ordine e pam: il muro tra la vita e la morte è attraversato, lo spirito lascia la materia, invisibile forse perché troppo veloce, schizza tra un universo e l’altro, in un altro universo forse un altro me si apposta e decide di non premere il grilletto, oppure non è sufficientemente veloce e in quell’attimo il bersaglio si china a guardare qualcosa che è caduto, che forse gli è caduto di mano, e il proiettile fracassa un vetro e si perde dentro un’imbottitura, ridicolo fallimento o non corrispondenza di un oggetto al suo scopo, fallimento fallimento – tutti sono falliti in quel preciso istante: il proiettile che poveretto si accartoccia battendo contro il metallo della lamiera, l’arma di precisione che non ha svolto il suo compito, quello di uccidere, il cecchino che ha appena il tempo di pronunciare una parola o di fare un gesto, più interiore che espresso, di sincero disappunto. Il fallimento si riverserà come una colata di lava sulla sua credibilità, forse sarà ritenuto inadeguato, non più affidabile, lui che era praticamente infallibile, forse sarà sacrificato, perché questa era l’ultima occasione prima che avvenisse l’irreparabile, prima che la vittima designata pronunciasse il discorso che mai avrebbe dovuto pronunciare o firmasse il decreto che mai avrebbe dovuto firmare o incontrasse la persona che mai avrebbe dovuto incontrare. Tutta la realtà verrà modificata da quel fallimento. È una bella responsabilità quella di cambiare la storia!
Ma non sbaglierò, di certo non sbaglierò, come non sbaglia una macchina. La macchina non ammette fallimenti, né scelte. Non sceglierò di non agire, di non svolgere il mio compito, non mi lascerò distrarre dal vento che si sta alzando, non sufficiente però a modificare la traiettoria di un proiettile, dalle nubi disegnate come piume d’uccello nel cielo, dai rumori sconosciuti e non identificabili che provengono dai condomini, dalle risate scomposte dei bambini che salgono dai cortili, dalle cime degli alberi che si muovono, dai sacchi dell’immondizia, dall’erba che cresce nelle fessure delle mattonelle, dove sembra impossibile che la vita possa svilupparsi.
Andrà come deve andare, anche questa volta.

2.

Lenzuola pulite, sterili, con quell’inconfondibile odore di tela disinfettata, di stoffa passata in autoclave, che si sente in hotel o in ospedale. Lenzuola pulite, ma non candide. Il candore non serve, meglio quella patina color tela ingiallita che dà un colore caldo all’insieme. L’ospite si sente più a suo agio, non teme di sporcare, non è intimidito dall’estremo biancore, può arrischiarsi ad avvoltolarsi nelle lenzuola senza timore d’imbrattarle, può fare l’amore senza paura di lasciare resti. La ragazza spesso è una cameriera, ha svolto tutti i suoi compiti, ha cambiato le lenzuola, rifatto i letti, sostituito i detergenti liquidi (soap+shampoo), la carta igienica, gli asciugamani, appesi al caldo nella rastrelliera bianca che funziona come un termosifone. Ora può divertirsi, regalarsi qualche ora piacevole e spesso conveniente, perché così arrotonda la paga che non è eccezionale, con quei soldi in più può pensare di aprire una bottega, acquistare una casa, almeno in parte, comprare un terreno, pensare alla vecchiaia, quando nessuno più desidererà entrare nel suo corpo per trarne piacere.
Qualche volta è una cliente dell’albergo, una donna che vive sola o che per caso si trova in quella sperduta città per ritirare un oggetto o parlare con un notaio o un avvocato o ha dei parenti o deve presentarsi per un colloquio di lavoro. Ha incontrato quell’uomo piacevole, pulito, vestito bene, fisicamente a posto, almeno così sembra. Quando lui si spoglia, poi, si nota che è curato anche nei particolari, la sua muscolatura è coltivata, la pelle ha la giusta abbronzatura, non emana odori sgradevoli. Lei si priva degli indumenti con lentezza, si lascia scoprire e ammirare. Anche il suo fisico è curato, le sue mani e i piedi soprattutto non rivelano inestetismi, malformazioni o callosità. I preliminari vengono effettuati con delicatezza, senza eccessi: lui vuole mostrare il giusto vigore, non violenza, per non far scattare la molla della paura, deve apparire un maschio normale e affidabile.
Lui si muove, dà il ritmo, quasi si compiace dell’efficienza del suo fisico, di quella capacità di penetrare e arrivare in fondo alla cavità, con movimenti regolari, o con improvvise accelerazioni, osservando con soddisfazione le reazioni della donna, il suo ansimare, il crescere della sua eccitazione, misurare e procedere inesorabile fino a raggiungere il climax per entrambi, una performance che ha qualcosa di sportivo, che coinvolge i muscoli e i nervi, che deve condurre a una soddisfazione completa.
Il sesso è quasi un alibi: come si fa a far serenamente l’amore quando si progetta di uccidere un uomo? La cosa è improbabile, addirittura impensabile, eppure accade.
La mattina dopo l’uomo compie la sua missione e subito dopo lascia l’hotel, con un nuovo compito, con un nuovo obiettivo. Questa è la sua vita.

Si capisce subito quando un delitto è opera dei servizi. Di solito non c’è un movente credibile, o ci sono dubbi sul colpevole, che professa disperatamente la propria innocenza, senza essere quasi mai creduto.
Qualche volta il movente manca proprio: il delitto è stato compiuto solo per distrarre l’opinione pubblica, per convogliare l’interesse verso un fatto di sangue, oppure la vittima era segretamente coinvolta in qualche affare segreto, la vittima di solito insospettabile, immacolata, dalla vita senza ombre, ombre visibili almeno. Spesso la morte viene rappresentata come un suicidio: il morto si è buttato dalla finestra, ha assunto un cocktail micidiale di alcol e droghe, anche se non era un tossico, ha preso qualcosa per sbaglio, aveva un disturbo cardiaco mai diagnosticato.
I killer sono arrivati in due, di nascosto, nessuno li ha visti, neri nell’oscurità, si sono calati da una finestra e sono spariti senza lasciare traccia: professionisti, naturalmente.
Tutto resterà sempre nel mistero. Forse qualcuno verrà indagato, rimarrà “unico indagato”, sarà sempre un marito, una moglie, una madre, un fidanzato che non si rassegna a perdere il suo amore, un serial killer introvabile, che si dimentica persino di violentare la vittima.
Spesso si faranno lunghe indagini, ci sarà un processo, ma non si avrà mai una certezza, nemmeno di fronte a una condanna a morte o all’ergastolo. La verità non si scoprirà quasi mai, perché ogni indizio è stato nascosto, ogni evidenza fatta scomparire. Gli investigatori manipoleranno le prove, cercheranno d’incastrare qualcuno, di ottenere una condanna e spesso ci riusciranno, perché il pubblico esige un colpevole, perché la società deve essere vendicata.

3.

Finalmente il momento è arrivato. L’automobile si ferma. Proprio nel punto più favorevole. Cosa potrebbe andare storto? Nulla, presumo; d’altra parte io sono fondamentalmente ottimista. Penso che se si affronta un’azione con ottimismo ci sono maggiori probabilità di far avvenire le cose come dev’essere. Infatti sono pronto, con attenzione, non sono nemmeno teso. Per me un bersaglio è un bersaglio: non mi lascio coinvolgere emotivamente, non sono trattenuto dal fatto che quel bersaglio sia un uomo anziché un coniglio. Uomini e conigli sono mammiferi, pensano e soffrono, forse i conigli hanno meno consapevolezza, ma sono vivi anche loro.
Le cose procedono. L’uomo scende, saluta, rimane fermo quel tanto che consenta a un proiettile di colpirlo e io premo il grilletto, nel momento giusto. L’arma fa il suo lavoro, il proiettile pure, e la testa dell’uomo è attraversata da un corpo estraneo. Bisogna vedere l’effetto di un calibro 7.62 su un corpo umano. L’eliminazione fisica del bersaglio è garantita. Il proiettile si porta via un bel po’ di cervello e la sopravvivenza della persona colpita è impossibile.
Il corpo è caduto, la confusione è massima. Devo allontanarmi al più presto e scomparire. Metto in un borsone verde il mio M21 e mi precipito giù dalle scale. In pochi secondi sono già all’entrata di servizio; poi però cambio idea e torno sulla strada principale, mischiandomi alla folla, che ancora non sa nulla di quello che è successo un paio d’isolati più avanti. Il mio cellulare è spento e non sono più individuabile da nessuno. Entro in metropolitana e trovo perfino un posto a sedere. Tolgo di tasca un libro e mi metto a leggere. Nessuno può sospettare di un uomo vestito sobriamente, che legge in tutta serenità un libro della Yourcenar. Sono insospettabile come Clark Kent.
L’ultimo posto dove posso andare è la mia casa. Per fortuna c’è un posto in periferia dove non abita nessuno; la padrona vive a Londra e non rientra in Italia nemmeno per vedere i parenti. La casa è vuota da anni e la uso come rifugio. C’è una tettoia in giardino e sul terreno una botola ben nascosta, che conduce a una specie di cantina. Non è difficile nasconderci del materiale, dietro le bottiglie di vino che continuano ad invecchiare, con il loro strato di polvere ben evidente. Mi libero dell’arma e poi mi sento libero di andare dove voglio.
Non voglio correre rischi e preferisco noleggiare un aereo, per raggiungere Bellinzona. So che se vogliono possono raggiungermi anche lì, ma prima devono trovarmi. Ho un contatto sicuro a Bellinzona e lo cerco. Mi ha già aiutato in vari momenti difficili della mia vita. Cerchiamo insieme di capire che aria tira. Come immaginavo, non dovevo fidarmi di Berio, uno arrivato troppo velocemente alla direzione delle unità operative, amico di troppa gente, di destra e di sinistra. Avevano cercato d’intercettarmi e di eliminarmi. Avrebbero risolto il caso e fatto tacere l’unico testimone. Nessuno avrebbe capito da chi era partito l’ordine di terminare il mio bersaglio. Tutto avrebbe avuto la giusta conclusione.
« Cosa intendi fare? » Mi chiede il mio contatto, che si chiama Pellini.
« Prima di tutto incassare i soldi. »
« Questo è possibile. »
Pellini fa da intermediario con l’amministrazione e fa scaricare la somma spettante per il lavoro su un conto svizzero. Pochi minuti dopo il denaro viene trasferito molto più lontano, quasi in un altro mondo, su un altro conto, intestato alla mia attuale identità: Tommaso Reni, istruttore di tennis.
E adesso?
So cosa fare.
Per fortuna gli italiani hanno la buona abitudine di odiarsi cordialmente tra loro. In ogni organismo ci sono almeno due acerrimi nemici che cercano di farsi fuori a vicenda. Di solito basta incriminare l’avversario per corruzione o per qualche intemperanza sessuale; ma qualche volta è necessario distruggerlo anche fisicamente come ai tempi del duca Valentino. Allora si usavano la spada o il veleno, ora basta simulare un incidente o un suicidio. E poi dicono che in Italia non c’è più la pena di morte!
Bergogni era un vecchio funzionario, quello con cui avevo tenuto i primi contatti. Era qualcosa di simile a un vecchio amico, forse l’unico che potessi contattare senza essere venduto cinque minuti dopo per quattro soldi e un incarico di prestigio. A Bergogni interessava una cosa sola: liberarsi di Berio, di quel porco che aveva scalato in così poco tempo tutte le vette, a colpi di favori ai capi partito, usando tutte le arti possibili, riciclando denaro sporco e procurando fondi. Berio era l’eminenza grigia del potere. Ormai tutti avevano bisogno di lui e lui sapeva che sarebbe caduto in piedi con qualsiasi vento, al riparo da qualunque risultato elettorale.
Avevo un numero segreto di Bergogni; lo chiamai più volte. Mi rispose due giorni dopo.
« Hai bisogno di fare un servizio? » mi chiese.
« Sì » risposi « dove e quando? »
« Giovedì alle 16, via dei Missaglia. »
« Solita gente? »
« Sì, ma con la testa. »
« Bene! » e chiusi.
Conoscevo il posto. Quindi Berio sarebbe stato lì, al centro di ascolto, con un paio di tecnici fedelissimi che armeggiavano sui computer e che stavano sempre in quella casa. Doveva trattarsi di una missione importante, per cui il capo voleva rendersi conto direttamente dell’andamento della procedura.
Rientrai in Italia in auto, con il fratello di Pellini, e all’ora indicata ero a Milano, in via dei Missaglia.
Non era difficile entrare dal retro nella villetta anonima acquisita dai servizi. Una volta veniva adoperata per affittare stanze e nessuno badava a chi entrava e usciva. Semplice e graziosa, con le finestre color legno e le tendine arricciate: un posto tranquillo per dormire: impiegati che non avevano trovato ancora una sistemazione fissa, commerciali , insegnanti di stage che duravano pochi giorni, gente sola, senza amici e senza donne, persone che non davano nell’occhio.
Sono dentro, rimango nell’ombra. Sento dei passi. Uno degli agenti cammina nel corridoio, forse torna dal bagno, va verso la luce di una stanzetta di cui intravvedo i mobili chiari, di faggio, mi pare.
Ho la pistola puntata, lo colpisco alla nuca, cade. Non dev’essersi nemmeno accorto di nulla, non ha avuto il tempo di riflettere. E’ per terra, cuscini rossi più avanti nella stanza. Berio dev’essere in un’altra stanza, più in là. Si vede la luce filtrare. Devo aprire senza far rumore o attendere? E’ più prudente attendere. Infatti un altro tizio con i capelli corti e dritti a spazzola apre la porta, non capisce perché il compagno non sia ancora tornato dal bagno. Appena lancia lo sguardo nel buio lo freddo. Berio è seduto al computer, ha percepito qualcosa, si volta di scatto, ha in mano una pistola, ma non fa in tempo a usarla. Non penso, agisco, ed ecco che anche il capo va a raggiungere i suoi uomini, lungo disteso per terra. Non era un genio. Come poteva sentirsi al sicuro? Forse perché chi fa il cacciatore non riesce a sentirsi preda, non capisce che essere carnefici o vittime è solo questione di prospettiva. Certo lui era più un esperto d’intraffugli che un uomo d’azione, un grande manipolatore, uno che dà ordini e che attende che altri li eseguano. Ed ecco che ora non ne darà più e questo mi consentirà di tornare ad essere un uomo libero e soprattutto vivo.
Non sto lì ad ammirare il lavoro svolto. Meno tempo rimango in quella casa e meno probabilità ho di essere scoperto.
Vado via come sono venuto, invisibile.
Appena fuori prendo il metrò, lì vicino. Sono pulito, senza schizzi di sangue. Nessuno mi nota: sono uno dei tanti.
Tornato all’aperto, chiamo Bergogni: « La casa è da pulire » gli dico. So che lui capisce.
Manderà qualcuno a far sparire i corpi, poi si troverà un responsabile: gli arabi, magari, o il Mossad. Quando non si capisce niente di qualcosa, la colpa è sempre del Mossad. Si sa che hanno pochi scrupoli e che fanno bene il loro lavoro. Non si può nemmeno incolparli con accuse alla luce del sole: in fondo sono alleati. Oppure si tratta dei servizi francesi, alleati anche loro; autonomi, è vero, ma sempre molto vicini a noi. Se hanno ammazzato qualcuno, significa che avevano i loro buoni motivi.
In ogni caso, io non c’entro, e Bergogni nemmeno. Abbiamo solo eliminato un pericolo (per me) e un ostacolo (per lui). So che non ci parleremo più: Bergogni farà scomparire i miei dati dal database dei servizi italiani. Non ho mai lavorato per loro: nessuno mi cercherà più. Comunque è meglio cambiare aria, per un po’ o per tutto il resto della vita. Berio aveva troppi amici.

4.

Cerco un volo Milano-Caracas. Ne trovo uno portoghese con scalo a Lisbona. Conosco qualcuno in Venezuela, cioè ho fatto dei favori a qualcuno, ed è per questo che decido di partire per quella parte del mondo.
Il viaggio è un po’ lungo, considerando lo scalo tecnico, ma non ci sono sorprese. A Lisbona non salgono sull’aereo persone dall’aspetto preoccupante e riesco perfino a riposare durante il volo.
All’aeroporto una macchina mi si avvicina e un tizio in borghese con una grossa pistola mi obbliga a salire. Poi il suo compagno che guida mi fa fare il giro della città, o meglio mi dirotta verso la periferia.
« Dove mi portate? »
« Non devi fare domande. »
Sapevo che ci sono momenti in cui bisogna stare zitti, anche perché parlare con degli scagnozzi non serve a niente. Dopo tante giravolte la macchina imbocca un a strada di campagna e si ferma a un cancello. C’è una specie di posto di blocco con un militare seduto dentro una garitta. Strisce bianche e celeste sbiadito, con righe rugginose. Il soldato dentro guarda con occhi bovini, divisa color sporco, fisico sovrappeso.
Il cancello si apre, lentissimo; la macchina procede e si blocca davanti a una villa di gusto coloniale, isolata in mezzo a una specie di piazza d’armi, completamente libera da vegetazione.
Il tizio in borghese mi fa scendere, mi accompagna al portone d’ingresso.
« Il signor Vazquez ci aspetta. » Sono le uniche parole di spiegazione.
Non so chi sia l’uomo che ci attende nella villa, ma non me ne preoccupo eccessivamente. Se sono ancora vivo vuol dire che non ha cattive intenzioni.
Entrati nel fabbricato, percorriamo un corridoio lunghissimo. Proprio nella stanza in fondo, seduto dietro una scrivania, c’è un signore grasso, dotato di due baffi vistosi, che guarda verso di me e m’invita a sedermi. Dev’essere lui Vazquez.
« Bienvenido » fa il tizio grasso coi baffi, « di cosa avete bisogno? »
« Ho bisogno di stare un po’ tranquillo. »
« Si può fare. Qui starete al sicuro per un po’, ma poi dovrete decidere come vivere. »
« In che senso? »
« Non ci piacciono le persone che se ne stanno con le mani in mano. »
« Nemmeno se hanno tanti soldi? »
« Qui, se avete troppi soldi, a qualcuno potrebbe venire voglia di alleggerirvi un po’. »
« Ho capito: anche qui è meglio fare il cacciatore che la preda. » e aggiunsi: « Magari posso fare qualcosa per voi. »
« Se capita. »
Inutile dirgli che un po’ ci contavo.
« Io però non vi conosco, Reni; nessuno di noi vi conosce. »
« Neppure io vi conosco » ribattei.
« Allora, tra sconosciuti, troveremo un’intesa. »

E così avevo di nuovo trovato lavoro. Non era il massimo, ma mi consentiva di vivere decorosamente, soprattutto di sopravvivere. E poi le donne, in Venezuela, sono più divertenti delle italiane e fanno meno storie. Insomma, si apriva una nuova vita e avrei continuato a fare quello che sapevo fare meglio, con meno problemi e complicazioni. L’importante era non guardare al passato, ma non sono uno che soffre di nostalgia.
La morte, è vero, poteva sorprendermi in ogni momento anche lì, lontano dal mio vecchio mondo; ma in fondo non è meglio morire da uomo, freddato con una pallottola in fronte da un bravo killer, che ucciso lentamente da una malattia nello squallido biancore di un ospedale?

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Cani da festival

Ormai ne sono più che convinto: il nostro cane canta. A volte io ci scherzo sopra e gli chiedo se si stia preparando per Sanremo.

La sua è una Ursprache: un linguaggio primordiale, che precede l’uso della parola. Si tratta di una forma di comunicazione, simile a quella che doveva avere il canto nelle società primitive, un canto che esprimeva sensazioni, necessità, desideri, che non si manifestavano chiaramente con parole distinte. Ho un desiderio irrefrenabile, dice il cane, proprio in questo momento. Perché non mi dai una mela, quell’oggetto tondo, succoso e zuccherino, così buono, tanto diverso da quell’orribile sbobba maleodorante che mi lasci da mangiare nella ciotola?

Il cane borbotta, modula come se salmodiasse. Il suo canto ha sonorità arabe o modalità vagamente orientali. È indirizzato, come i nostri vecchi canti primordiali, a un essere onnipotente, distributore di bene e male a suo piacimento. È lamentazione e preghiera, racconta di come la vita senta di dover fare riferimento a qualcosa d’altro, rispetto alla coscienza di esistere propria dell’individuo. Gli esseri sensibili sanno di non essere autonomi, capiscono di dover interagire con quello che si trova al di fuori di se stessi, per continuare a esistere.

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Sferolandia

sferolandia

Ripropongo, a distanza di tempo, uno dei miei vecchi racconti, pubblicati nell’ebook Il bacio della maschera bianca.

Lo spazio sembra grande e a dire il vero non se ne vede la fine. Sono certamente libero qui dentro: non ho bende, né legami, né catene. Posso alzarmi in piedi e sedermi sull’unica sedia o sdraiarmi sul letto; sono comodo, mi pare. Se volessi, e se lo sapessi fare, potrei sollevare i piedi in alto e camminare sulle mani, ma non ho particolari motivi per farlo.

Ho pensato a lungo, messo insieme le varie sensazioni da quando ho coscienza di me stesso, e ho concluso che questo spazio è una sfera. Tutto attorno a me domina l’azzurro. Non si notano muri, ma se ci si allontana troppo dalla stanza, in qualsiasi direzione: a sinistra, a destra, in alto, quella che sembra aria, aria azzurra, oppone resistenza, morbidamente ma implacabilmente. In basso poi, sotto i piedi, ci dev’essere pure qualcosa di resistente, una sorta di pavimento, altrimenti su che cosa camminerei?
Davanti a me c’è sempre stato, da quanto ricordo, uno schermo. Lo accendo quando mi sveglio e lo spengo prima di dormire.

Lo schermo – il mio sostegno e il mio tormento – Ci dev’essere una macchina da qualche parte, ma non riesco a vederla, una macchina legata a questo schermo, o una macchina remota cui fornisce segnali la macchina che produce tutto.
Un browser sfoglia l’universo, mi consente di vedere interrogare imparare sapere emettere parole scritte, parlare a voce se voglio con altre persone che devono esistere da qualche parte, perché con me interagiscono, parlano, scherzano, mi mandano pacchetti d’informazioni che chiamano file con suoni immagini statiche filmati. Ma a dire il vero manca l’evidenza della loro esistenza. Potrebbero essere esistite in un tempo remoto e ora magari sono sostituite da macchine che imitano la struttura del loro pensiero, il loro carattere, i loro usi verbali e le loro predilezioni.
Link – troppi link – tutti quelli che nascono, crescono e muoiono in ogni parte dell’universo, se c’è un universo, se quello che mi è stato detto, che ogni giorno mi viene descritto e raccontato con parole e immagini, è vero.

I link mi mostrano tutto quello che succede, al di là della sfera. C’è pericolo là fuori. Immagini di pioggia, nubifragi, inondazioni, o al contrario incendi, siccità in deserti assolati. Violenze, rapine, torture, uccisioni, mostri, vampiri, cannibali: è meglio, molto meglio, non uscire, mai, mai fuggire, mai avventurarsi nell’incertezza, nell’insicurezza, nel pericolo.
Che cosa mi manca, in fondo? Tutto mi è concesso senza che nessuno mi chieda niente in cambio. Sembra che non esista un’economia, come si narra che esistesse in passato, legata ad alcuni valori convenzionalmente riconosciuti, sembra che non esista il denaro.

Sono qui: questo è il mio approdo finale. La mia memoria non è più dentro di me. I miei ricordi sono filmati che possono essere richiamati dalla memoria totale col doppio click su un file. Alcuni non sembrano veri ricordi, ma registrazioni di sogni, ambientati in un altro differente mondo.
Si tratta di file in formato compresso con un ottimo algoritmo di compressione. La perdita di qualità è inavvertibile, sia a livello visivo che sonoro, ma altri livelli intervengono e vengono registrati: quello olfattivo e quello tattile, soprattutto. Persino i sapori riappaiono, miracolosamente, e sussistono situazioni di sinestesia che vengono utilmente registrate e riproposte, su richiesta.

Questa è la realtà, questa è la sola realtà in cui credo e forse nessuno l’ha creata. Probabilmente è sempre stata così ab aeterno e così sempre sarà.

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Killer city – 4

 ritaglio16

Cominciamo, dissi.
A fare cosa? Chiese Philip.
A disattivare le unità e le periferiche.
Cosa devo fare?
Cerca i contatti.
Non ne trovo.

Non c’era molto tempo per pensare. Il cervello doveva essere posizionato da qualche parte e poteva ordinare alle armi di spararci addosso, per difendere la postazione. La comunicazione però doveva avvenire tramite un sistema wifi, per cui non erano presenti fili, da staccare o tagliare.

Potrebbe essere dovunque, dissi.
Cosa?
Il cervello principale.
Beh, intanto eliminiamo quelli secondari, fece Philip.

Ronnie capì subito e iniziò ad abbattere la spranga sulle unità sfrigolanti. Si capiva che l’azione non poteva essere risolutiva, ma intanto c’era la speranza che quei servi non riuscissero più ad aiutare il padrone nella guerra.
Vedevamo che le scatole di metallo e plastica si accartocciavano e gemevano, ma nonostante questo qualcosa continuava a funzionare.

Non serve, dissi ai nostri, fate attenzione.
Via di là, disse Philip a uno dei marinai, che continuava ad accanirsi contro un armadio che pareva un megacomputer e rembrava resistere ai colpi.
Pensai che messo là davanti era un bersaglio ideale da parte dei tiratori dell’altra squadra, reali o virtuali che fossero.
Non avevo torto.
Quando incominciarono a fischiare le pallottole, cercammo di buttarci per terra, per proteggerci; ma il marinaio che combatteva il mostro non fece in tempo a sottrarsi alla furia bellica. Lanciò un grido e cadde sulle ginocchia. Era stato colpito alla schiena.

Johnny, gridò Philip, Johnny. Il giovane non rispose.

Bisognava pensare e decidere in fretta.
Dove poteva nascondersi il cervello?
Cercai di entrare nella mente ormai dissolta del vecchio signore di quel luogo e improvvisamente mi venne un’ispirazione.
Lo scheletro! Gridai.
Strisciammo sul pavimento e raggiungemmo la stanza dove il cadavere continuava a sorridere.
Il nucleo dei comandi doveva essere proprio lì, perché ci accorgemmo subito che quel luogo, da cui il vecchio militare dirigeva le operazioni, non poteva essere colpito da nessun lato. Infatti non aveva finestre, e la porta era fuori della portata di ogni possibile tiro nemico.

Soffocai il mio disgusto e mi accostai al corpo. Non c’era nulla di visibile, ma, tastando tra quello che doveva essere stato il collo e le spalle, mi accorsi della presenza di un collare. Attaccato a questo, sulla schiena, ben coperto dalla divisa, c’era un oggetto rotondo, che lampeggiava.
Eccolo, dissi.
Anche Philip si avvicinò e vide l’aggeggio di plastica che avevo scoperto.
E ora cosa facciamo?
Lo spegniamo, gridai. Trovai un pulsante e lo premetti velocemente, senza pensarci due volte. La luce dopo qualche secondo scomparve.

Il comando avversario, quello della squadra beta, era speculare a quello che avevamo conquistato.
Eravamo tornati indietro, per il passaggio che avevamo percorso all’andata. Giunti al punto di partenza, imboccammo il corridoio che immaginavamo conducesse all’ala opposta del palazzo.
La strada non era proprio identica e c’era un certo numero di scale e di stanzette da attraversare, ma alla fine raggiungemmo il quartier generale dei combattenti.
Avanzammo con cautela, non sapendo cosa attenderci, ma comprendemmo subito che ogni cautela era ormai inutile. Senza il controllo dell’unità appesa al cadavere di Olbert, le macchine erano diventate innocue.
Le luci delle unità informatiche però erano tutte accese e gli armadi, come le unità minori, producevano un sordo ronzio.
Ronnie non stette ad aspettare che qualcuno prendesse una decisione e si scagliò contro quei pezzi di metallo. Anche l’altro marinaio aveva rimediato un’asta con la quale prese a sprangate i computer.
Questo per Johnny, urlava.

A pensarci ora, forse sarebbe stato possibile recuperare una parte delle attrezzature e riutilizzarle, anziché distruggerle, ma troppa era stata la paura e troppo forte la rabbia per l’uccisione del nostro marinaio.
Ci volle una gran fatica, ma alla fine dell’epica lotta anche l’ultima luce si era spenta per sempre.

In fondo sono solo delle stupide macchine, disse Ronnie.

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Baggio e il suo organo

organo_Baggio copia

Sabato scorso è avvenuta la prima presentazione in libreria del mio nuovo libro Un giorno la nebbia, nella saletta di “Linea di confine”, una bella libreria storica di quel curioso borgo chiamato Baggio, ora diventato quartiere di Milano, ma che ha conservato una sua spiccata individualità e speciali caratteristiche. Il giorno prima presentava il suo libro il mio quasi omonimo Gianni Mura, molto più noto di me e anche un po’ meno giovane, anche se noi Mura siamo tutti, in qualche misura, diversamente giovani. Non so se Gianni Mura appartenga alla mia antica stirpe. Non saprei dire nemmeno se i Mura dispersi nel mondo siano tutti di origine sarda. Sappiamo che Mura si chiama una città catalana, che si chiama Mura un fiume della Croazia e che la sequenza consonantica MR sia presente sia nel mondo indoeuropeo, come nel mondo semitico. Siamo coscienti però di essere molto antichi, come chissà quante famiglie al mondo, e forse per questo sensibili alle ricerche sulle origini dell’umanità e sul mistero che le circonda. .
Ero abbastanza preoccupato, anche perché mi pareva di dover reggere il confronto con un personaggio di tale qualità. Invece devo dire che raramente mi sono trovato così a mio agio, in un ambiente che non conoscevo. Parlare con loro è stato come discutere con dei vecchi amici.
Si è parlato del libro e dei tanti suoi temi
Alla riunione ho conosciuto un uomo, sardo come me, ma proveniente dalla Barbagia,una delle aree più autentiche della Sardegna, e con antenati di origine ebraica. Sappiamo che un gran numero di ebrei fu inviato in Sardegna sotto Tiberio (42 a.C. – 37 d. C.) , per lavorare nelle miniere e col segreto intento di creare problemi ai residenti sardi, gli irriducibili, che i Romani non riuscivano ad assoggettare completamente, anche se imposero la loro lingua, a tal punto che il sardo attuale è una delle parlate romanze più fedeli e arcaiche. Solo in Sardegna e in Romania, aree tra le più isolate dello stato romano, permane ad esempio il vocalismo originale latino, fenomeno per cui le u e le i latine brevi toniche sono rimaste tali, anziché aprirsi trasformandosi in o e in e (bucca=bocca, pilum=pelo), come avvenuto nel latino volgare e di conseguenza nella maggior parte delle lingue neolatine.
Gli ebrei però si fusero perfettamente con la popolazione locale, che aveva anch’essa in parte origini semitiche (puniche) e, di fatto, non si giunse mai a uno scontro etnico.
L’amico sardo, Pietro Angelo Ballicu, che si occupa nella vita di molteplici attività, legate alle sue conoscenze di tecniche tradizionali di medicina orientale, oltre che di psicologia somatica, bioenergetica ecc., suona anche, per passione l’organo e mi ha invitato a visitare l’antica parrocchia di Sant’Apollinare, chiesa vecchia di Baggio, dove esiste un organo di cui si propone da anni il restauro. Durante la visita alla chiesa e all’organo, mi pareva di essere come Roberto Giacobbo, mentre s’infila nei cunicoli di antiche costruzioni e nei recessi delle piramidi, e immaginavo segreti e misteri di quel luogo affascinante. Ero ancora troppo preso dalla serata per potermi concentrare a sufficienza, per cui non ho provato le sensazioni che avrei potuto e dovuto sperimentare ascoltando il suono dell’organo seduto nella cameretta interna, al di là della tastiera. Piuttosto, provavo come un senso di disagio, perché l’organo pareva un animale ferito, privo di parti essenziali del suo corpo, addirittura mancante della copertura dei tasti, asportata da chissà quanti anni. Se l’esperimento aveva lo scopo di arricchire energeticamente me, singolare cavia, devo confessare di aver provato un consistente accrescimento di energia nei giorni successivi, e non mi pare proprio che questo si debba a suggestione, visto che al momento non avevo goduto di sensazioni particolari.
Però mi sa che, se mi sentirò un po’ giù, forse una capatina a Baggio mi converrà farla, per ricaricarmi: magari funziona!
L’organo, però, restauriamolo davvero. Se lo merita.

(foto tratta dalla pubblicazione Fai (ri)suonare l’organo di Baggio, Milano, Il diciotto, 2012).

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Apprezzamenti

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Che dire di più?

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Killer city – 3

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Ci rendevamo conto di essere capitati in uno dei posti peggiori da visitare sulla terra. Era un luogo di cui ufficialmente nessuno conosceva l’esistenza. Lì si poteva scomparire nel nulla, senza lasciare tracce. I morti erano cremati, ci disse il guardiano, con un metodo che ne dissolveva per sempre le cellule, a temperature elevate, mescolati ai metalli o fusi per ricavarne sostanze vetrose.
Cosa ci consiglia di fare, gli chiedemmo.
Riemergere lontano dalla città. Attraversare i sotterranei e raggiungere l’uscita più lontana dal centro.
Andiamo allora, dissi.
Percorremmo insieme un centinaio di metri, ma fummo obbligati a fermarci.
Il passaggio era sbarrato. Un cancello di ferro impediva di proseguire.
Di qui non si passa, disse Philip.
Eppure fino a ieri era aperto, disse l’ometto.
C’è un altro modo per venirne fuori?, chiesi.
Sì, ma è pericoloso. Dovrete provarci da soli. Io rimarrò qui, fece lui. Dovrete aggirare i combattenti di una delle due squadre e penetrare nel loro quartier generale.
Sa dirci quanti saranno?
Non l’ho mai saputo, ma penso che non ci siano più di due o tre tiratori scelti, magari con qualche sostenitore.

Ci guardammo, io e Philip. Certamente l’uomo che ci aveva offerto una via di fuga faceva parte della città e non poteva esporsi troppo nell’agire in nostro favore, ma proporci di assalire, in cinque, un gruppo di persone bene armate e agguerrite ci sembrava una incredibile baggianata.
Lui si rese conto della nostra esitazione e aggiunse:
Se arrivate nel loro bunker, non vi spareranno: non è previsto dalle regole!
Quindi ci consiglia di farlo?
Non c’è altra soluzione, se rimarrete sotto tiro, prima o poi vi elimineranno.
Non c’era altra soluzione. Rimanere fermi a fare da bersaglio non rientrava fra i nostri sogni più felici.
Ci indicò la strada. Bisognava tornare indietro e percorrere un camminamento secondario, stretto e umido, che ci avrebbe condotti fino al nascondiglio della squadra alfa, la postazione da cui i cecchini tenevano sotto tiro le strade e le case di mezza città.

Ci fermammo un attimo, prima di entrare di prepotenza nella stanza dei tiratori. Eravamo ben decisi ad approfittare dell’effetto sorpresa e ci apprestavamo a vendere cara la pelle.
Per questo fu grande la nostra sorpresa, quando facemmo irruzione, con le armi pronte a sparare.
La stanza era vuota.
Una consolle fremeva, mentre punti luminosi si accendevano e si spegnevano come luci di Natale.
Dove sono andati? Chiese il mio amico.
Mi fermai un attimo a riflettere, poi finalmente riuscii a capire. Sì, era andata proprio così, non ci poteva essere altra spiegazione: i tiri erano comandati da un computer e un’intelligenza artificiale regolava quel macabro gioco. E gli uomini, quelli che avevano inventato quell’assurdo divertimento? Probabilmente erano morti, uccisi dalle continue caccie all’uomo, oppure sopraffatti dalla vecchiaia. All’amore della morte si era sostituita la morte vera, quella che aveva messo fine alla noia insostenibile di quegli avanzi di umanità.
Dissi a Philip quello che mi pareva di capire.
Chi ci salverà dalla noia dei computer? disse Philip.

Un richiamo giunse dalla stanza successiva, una specie di saletta che i nostri stavano esplorando attentamente.
Venite a vedere, gridò Ronnie, il nostromo. Stava sulla soglia e aveva in mano una spranga che aveva raccattato da qualche parte, lungo il cammino.
Entrammo e, al di là della sala, in un’altra stanzetta nascosta, c’imbattemmo in qualcosa che non avremmo mai pensato di vedere.
Ben posizionato su una sedia a rotelle, addobbato con una specie di antica divisa di foggia militare, c’era un uomo, o meglio quel che rimaneva di un uomo. Una massa di capelli schiariti dal passare inesorabile del tempo incorniciava i resti di un volto, di cui si poteva scorgere solamente il teschio, che pareva sorridesse in maniera beffarda.
Doveva essere trascorso molto tempo dal decesso, perché non era più avvertibile l’odore nauseabondo prodotto dai cadaveri in decomposizione, sostituito da quello che avrebbe potuto essere descritto come tanfo di chiuso o di muffa, quale quello che si rileva spesso nelle caverne.
Immaginai cosa doveva essere successo. Uccisi l’uno dopo l’altro tutti gli avversari e persi tutti i compagni di gioco, quell’essere era rimasto solo, a combattere con l’aiuto dei computer la più inutile e stupida battaglia che mai si fosse disputata sulla terra.
Alla fine, la morte aveva celebrato la sua vittoria definitiva.
I computer, rimasti soli, ma ancora perfettamente funzionanti, avevano continuato a seguire le istruzioni ricevute. La guerra continuava, non poteva interrompersi, perché nessuno aveva istruito i cervelli artificiali ad agire diversamente, a interrompere le gare e a smettere di sparare, dal momento che non c’era più un nemico in carne e ossa da uccidere.
Cosa rimaneva da fare?
Bisognava disattivare le macchine, almeno in quel settore, poi individuare la posizione del settore avversario e fare altrettanto.

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Venditore di sogni

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Mi sento un venditore di sogni. E’ vero, i sogni prima bisogna inventarli, elaborarli, proporli; ma questo non basta. Se si vuole essere certi che qualcuno li riviva insieme a noi, bisogna anche venderli, e non è un lavoro facile. Finora mi era capitato di vivere tra i libri, di contribuire anche alla loro creazione, ma non ero mai riuscito a considerarli come prodotti da inserire nel mercato. Ebbene, ora che comincio a vedere realizzati i primi libri che raccontano i sogni miei o dei miei personaggi, mi fa uno strano effetto proporli in libreria ai potenziali lettori. Mi fa piacere vedere che i lettori esistono ancora e che sono spesso alla ricerca di un buon prodotto letterario, cosa di cui tanti editori non sono consapevoli. Fa piacere vedere che non esistono solo lettori di bassa cultura, che si accontentano di ciarpame narrativo e poetico, e che ci sono anche nuovi lettori, che non dobbiamo deludere, noi autori. Certo non è facile inventare nuove modalità di narrazione, creare storie originali, che non ripetano i soliti schemi dei generi letterari di moda, ma bisogna provarci, e chissà che questa nostra vituperata letteratura non riesca a cavalcare una ripresa impensabile fino a qualche anno fa, e a competere ad armi pari con la produzione dei paesi che dominano l’attuale industria culturale.

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Identità e stati

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Ho atteso un bel po’ prima di parlare dei problemi che le identità stanno creando in Europa e nel mondo.
Istintivamente sono favorevole all’autodeterminazione dei popoli, anche se non riconosciuti e osteggiati nel loro desiderio di autonomia o indipendenza. Che questo invece sia opportuno o possibile nell’attuale momento storico è tutto da discutere.
La mia opinione è che oggi gli stati, creati con la violenza o attraverso spregiudicati compromessi internazionali, siano ancora troppo forti per consentire liberamente ai loro popoli di decidere della propria esistenza.
Se si valutano solo gli aspetti giuridici del problema, è ovvio che gli Stati abbiano ragione da vendere. Il diritto infatti riconosce le strutture politiche attualmente esistenti e i loro diritti, mentre i popoli non hanno dalla loro parte un’organo riconosciuto a livello internazionale che possa creare fonti giuridiche dello stesso livello di quello degli stati in cui si trovano, a forza o a ragione, ad abitare. Per questo catalani, curdi e tutti gli altri popoli senza patria non hanno molte possibiltà di successo.
Confesso di essere fortemente infastidito da tutti quelli che pontificano asserendo che le nazioni non possono essere smembrate perché le costituzioni non lo consentono. Le costituzioni proteggono lo stato e i suoi confini. Anche costituzioni come quella dell’effimera Repubblica cispadana o quella della Cisalpina affermavano che la repubblica era “una e indivisibile”, e lo stesso in qualche modo è assicurato da ogni costituzione possibile.
Uscire dalla legalità costituzionale e separare un popolo imprigionato in uno stato che non sente come suo è impossibile? No. Lo si può fare con un accordo, sempre che lo stato sia ben felice di liberarsi di quella porzione di stato che crea problemi contestando l’attività dell’amministrazione centrale. Succede naturalmente se la parte che desidera la libertà sia meno ricca del resto del paese. Infatti la Slovacchia, area povera della Cecoslovacchia, ha potuto ottenere l’indipendenza senza spargimento di sangue. Quando avviene il contrario, quando cioè un’area più ricca e progredita chiede di staccarsi da uno stato che non naviga in floride acque, la risposta non potrà mai essere pacifica.
La separazione a questo punto rende necessaria una rivoluzione.
Per quanto mi consta, si può attuare una rivoluzione solo se si hanno risorse finanziarie e militari sufficienti e se la maggioranza dei rivoluzionari è disposta a combattere. Insomma, non si tratta di scendere in piazza e prendere un po’ di legnate, ma di affronatre i carri armati e l’aviazione, disponendo di altri carri armati e altri aerei da far intervenire con qualche probabilità di successo. Siamo sicuri poi che ne valga la pena? Non sarebbe meglio invece attendere qualche decennio, lottando nel frattempo per indebolire dall’interno quelle strutture obsolete e fondamentalmente reazionarie che sono oggi gli stati unitari?
Il processo di aggregazione di stati e continenti dovrebbe lentamente svigorire le vecchie nazioni, fino a renderle inutili. Solo in questo contesto le aspirazioni di indipendenza amministrativa di alcuni popoli che non hanno avuto la forza di imporsi come realizzazioni statuali possono trovare soddisfazione.
Il momento non sembra essere ancora arrivato.
In Europa inoltre le identità, tutte le identità locali, sono messe a rischio da nuove forme di immigrazione sempre più consistenti e ingestibili.

Bisogna considerare che di solito non è prevista alcuna protezione per l’identità intesa come condivisione di valori, sentimenti, tradizioni, aspetto fisico. La stessa costituzione italiana garantisce solamente la lingua e l’art. 2 della legge 482/1999, che riconosce l’esistenza di dodici minoranze linguistiche, parla anche di “cultura”, ma sempre con riferimento alle stesse minoranze. Se gli italiani attuali dovessero diventare minoranza per effetto di una migrazione incontrollata da altri territori e continenti, forse sarebbe garantito (sempre grazie alla legge 482/1999) l’uso della lingua italiana, anche se diventata minoritaria in un contesto trasformato e internazionalizzato; ma gli usi e costumi, le caratteristiche fisiche e psicologiche, le abitudini alimentari e ludiche di ogni regione e città dove andrebbero a finire? A questo non c’è risposta. D’altra parte, lo stesso popolo italiano è un coacervo di popoli, spesso notevolmente diversi l’uno dall’altro, che si sono mescolati nel corso di millenni di storia. Vale la pena di insistere nell’opposizione a nuovi rivolgimenti storici che porteranno a ulteriori trasformazioni, proponendo qualcosa che potrebbe apparire come una difesa della razza di infausta memoria?
Tutti noi, chi più chi meno, siamo ibridi. Nelle nostre vene scorre sangue romano e italico, ma anche celtico, germanico, ebraico, punico, arabo, iberico, greco, slavo, anatolico e di chissà quali altri popoli dei quali nemmeno più conserviamo il ricordo.
E poi siamo così entusiasti di questa nostra provvisoria identità da voler combattere per affermarla e conservarla intatta? Non ho soluzioni da proporre, se non ampliare un po’ la protezione giuridica delle nostre culture, ben sapendo però che in futuro una nuova maggioranza di altra composizione etnico-culturale potrebbe rimodificare a sua volta le leggi e cancellare ogni traccia del nostro modo di vivere.
Non so cosa pensare, se non che la storia a volte intraprende un cammino e che cercare scorciatoie e vie alternative è impossibile o magari molto pericoloso.

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