
La prima parte di questa storia è già apparsa su Splinder agli inizi del 2010. La ripropongo ora con la seconda parte, finalmente conclusa. In settimana proporrò la seconda parte.
Nel frattempo, ho sviluppato il blog con l’inserimento di nuove pagine, dedicate ai miei esperimenti poetici (versi), ai miei racconti fantastici (strane storie), agli autori sui quali per qualche ragione ho scritto qualcosa (scrittori), ai testi di filosofia e varia cultura (saggi brevi).
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Se penso alla mia lunga e, tutto sommato, felice esistenza, mi sembra di aver seguito un percorso che io stessa ho contribuito a tracciare.
Lo dico perché non ci siano travisamenti e incomprensioni, perché nessuno possa credere che questo mio resoconto, che nasce solamente da un desiderio di verità, di quella verità che ho dovuto soffocare per tanti anni, provenga invece da chissà quale immaginaria sofferenza interiore.
Quello che ancora oggi mi sembra strano, addirittura assurdo, è che un’azione, una sola azione possa segnare e trasformare una vita, modificarne il destino, indirizzarla in un modo, anziché in un altro.
La mia vita trascorse tranquilla per più di un decennio. I miei non desideravano altri figli e mia madre, soprattutto, si era legata fortemente a me, che a mia volta mi identificavo quasi con lei. Mi accadeva di sognare e mi sembrava di essere lei, di agire con il suo corpo, di portare in giro il suo viso, come se non ci fosse alcuna differenza tra me, la figlia, e lei, la madre.
Poi, improvvisamente, il mondo cambiò. I miei genitori divennero di colpo inquieti ed evasivi. Si capiva che qualcosa doveva preoccuparli; ma non ne parlavano mai, almeno davanti a me.
Molto presto però quel qualcosa divenne evidente e i miei genitori cominciarono a parlare apertamente di un bambino e di una prossima, inattesa nascita.
La mamma era una donna robusta, ma le sue dimensioni parevano adesso smisurate. Era diventata pesante e invadente. Ma quello che più mi infastidiva era la sensazione di lontananza che, per la prima volta, provavo nel guardarla, nel parlarle. Ora lei stava diventando molto diversa da me e sempre più distante. Quell’amore, profondo e irrazionale, che le avevo riservato avvizziva, il calore che ci univa svigoriva e l’estraneo che era dentro di lei già incominciava a risucchiare interesse e attenzioni.
Ricorderò sempre il giorno della nascita, l’agitazione, l’andirivieni, le facce prima indaffarate, poi allegre e infine l’annuncio del lieto evento, la parola “nato”, con quella o finale in cui tutti in fondo speravano, ma che nessuno osava apertamente prima pronunciare. Ricorderò sempre il viso di mio padre, rosso d’allegria e rigonfio d’orgoglio, perché dopo tanti anni finalmente era nato nella sua famiglia un maschio.
È un maschio, questo gridava gioioso al parentado, al telefono, questo ribadiva a tutti quelli che venivano a trovarci, per godere dal vero della vista di quel miracolo.
Il bambino era sano e robusto, con dei grandi occhi a palla; quando cominciò a camminare e a crescere si vide subito che era venuto al mondo per dominare e per possedere: prima di tutto l’affetto, poi gli oggetti, poi ancora i sogni e le preoccupazioni.
Mi accorsi subito di essere passata in secondo piano. Io studiavo, ero disciplinata e obbediente, non creavo problemi. Il piccolo Giacomo al contrario era un problema vivente. Desiderava sempre qualcosa, era prepotente e veniva subito accontentato, perché tutti pensavano a lui, tutti si preoccupavano soltanto di lui.
Anche io, come gli altri, ero per lui una parte di quel mondo esterno che era stato creato per onorarlo e servirlo; e questo, appunto doveva essere il mio compito, tanto più che ero femmina e di tanti anni più grande di lui: ero la sorella maggiore, e si sa che le sorelle maggiori, in famiglia, si occupano dei figli più piccoli.
Non potevo nemmeno lamentarmi di quel piccolo despota perché, poverino, era piccolo e non capiva. Così, ogni giorno aumentava la sua prepotenza e il mio rancore cresceva.
A peggiorare la situazione intervenne la malattia di mia madre.
Improvvisamente incominciò a cadere, senza una ragione. Diceva di sentire una gamba cedere e si trovava di colpo per terra. All’inizio ci scherzava sopra: diceva che era una sbadata e che forse non si accorgeva delle imperfezioni del terreno; ma poi le cadute divennero troppo frequenti per essere casuali. Nessuno si era accorto di un mutamento nelle sue condizioni di salute, che parevano ottime.
A dire il vero, c’era stato qualche piccolo segnale: le sue mani apparivano come scavate, gli occhi tondi sembravano come affossati e irrigiditi, ma solo un eminente specialista avrebbe potuto riconoscere da quella facies i sintomi di una malattia.
Naturalmente, si cercò di capire la causa del fenomeno, ma non era facile. Gli esami, uno dopo l’altro, davano esito negativo: la paziente risultava sana o quanto meno priva di malattie riconoscibili con i consueti mezzi d’indagine. Ma l’illusione era destinata a durare per un tempo molto breve.
Qualcuno alla fine ipotizzò un problema neurologico e propose un’ulteriore indagine, l’elettromiografia, da effettuare presso un centro ospedaliero attrezzato. Si trattava di un’analisi invasiva e dolorosa, che consentiva di valutare se il muscolo della gamba ricevesse correttamente un impulso da parte del sistema nervoso.
Così la verità venne alla luce, finalmente, con una sigla: SLA, cioè sclerosi laterale amiotrofica. La malattia era considerata rara, la prognosi infausta. Strano questo termine di origine latina che si usa in medicina per segnalare una patologia incurabile, anche se in fondo la vita stessa è incurabile e ci condanna a morire, in maniera più o meno lunga e dolorosa! Ebbene, la SLA si comporta proprio come la vita: una parte di te, le cellule nervose (i motoneuroni) della corteccia cerebrale, del tronco encefalico e del midollo spinale, avvizzisce e il corpo inizia inesorabilmente a paralizzarsi, a cominciare dalle braccia o, più raramente, dalle gambe. Alla fine di questa lunga tortura, neanche i muscoli che consentono la respirazione sono più in grado di funzionare e il paziente muore lentamente per asfissia.
Oggi si ricorre alla ventilazione assistita, per contrastare l’insufficienza respiratoria, prolungando artificialmente la vita del malato. Quando mia madre fu colpita, le tecniche di sostegno si limitavano alla fisioterapia e all’utilizzo di vitamine e di enzimi, con cui si tentava di rallentare, in qualche modo, l’avanzare della malattia. Le furono perciò risparmiati il lungo periodo di degenza in centri per malati terminali e la necessaria intubazione. Fui io a curarla e ad accompagnare il suo declino, cercando d’interpretare il muto linguaggio degli occhi, che è l’unica forma di comunicazione che rimane a disposizione di questi pazienti, nella fase conclusiva della loro patologia.
Per non obbligare la mamma a restare chiusa in casa, senza nemmeno la possibilità di prendere un po’ d’aria, mio padre decise di trasferire la famiglia nella casa di campagna, che dava sul lago.
Naturalmente, nessuno si preoccupò dei miei studi, del fatto che fossi obbligata a prendere un pullman alle sei e mezza del mattino per andare a scuola in città.
Giacomo invece non aveva problemi, non aveva ancora iniziato la scuola elementare e pertanto poteva anche vivere sul lago, nella beata incoscienza in cui giacciono i bambini.
Lasciato in campagna libero di scorrazzare e con sempre meno regole da osservare, il bambino cresceva irriverente ed egoista, conscio della sua importanza, in quanto figlio maschio. Sapeva istintivamente che ogni motivo di preoccupazione fornito ai suoi genitori era per lui un punto di forza, faceva sì che il pensiero dei genitori fosse rivolto a lui, che ogni loro emozione fosse requisita da lui, a scapito della sorella, appartenente a un genere che riteneva inferiore, quello delle femmine.
Aveva assimilato molto bene la cultura maschilista del mondo in cui cresceva e la esprimeva in modo beffardo, con quell’istinto di superiorità che in lui sembrava innato, degno discendente di una razza di padroni, sciupa femmine e violentatori. Rideva e m’insultava; si divertiva a mettere le cose in disordine e a sporcare per terra. – Pulisci, sguattera – diceva, con un ghigno insopportabile in un bambino che aveva da poco superato i cinque anni.
***
Il lago pareva quasi immobile, al mattino. Ogni tanto un brivido lo scuoteva e si formavano piccole onde concentriche, là dove si era buttato a capofitto un uccello o dove un ranocchio inseguiva una piccola preda alata. Non dappertutto era consigliabile fare il bagno: non dove i fusti di tifa colonizzavano la riva o dove si sviluppavano canneti e una fitta comunità di piante palustri emergeva dalla superficie liquida; ma dove le spiaggette sassose si aprivano su distese di acqua trasparente e serena invitando anche i più timorosi a provare il refrigerio di un’immersione.
Era arrivata l’estate e il caldo rendeva angosciose le notti, tormentate dallo stridio degli animali notturni e dal fastidioso ronzio delle zanzare.
Quando tutti ancora dormivano, approfittando delle ore fresche del mattino, lasciavo la casa e il suo cupo torpore per avvicinarmi al lago, percorrevo il breve pontile che conduceva all’interno di quello specchio limpido che rifletteva il cielo ed entravo in acqua, lentamente.
Appena mi abituavo alla temperatura del liquido, molto più fresca di quella della casa e dell’ambiente circostante, mi sembrava di essere perfettamente adeguata a quel mondo e alla sua pacatezza; mi sentivo parte della vita, come i fiori bianchi degli arbusti spinosi e gli uccelli che volteggiavano nel cielo pallido. Ero un animale che dalla terra guardava il cielo, estraneo e distante; ero un essere consapevole della sua dimensione terrestre, condannato a sopportare i condizionamenti della vita sulla terra, senza avvocati né intermediari.
Nessuno mi vedeva. Nessuno poteva sapere quanto la natura mi rendesse forte, quando il dolore fisico che i ciottoli mi provocavano mentre li calpestavo mi aiutava a combattere il dolore interiore, quello della mia personalità cancellata, quello del convivere quotidiano con l’orrore della malattia. Nessuno poteva capire quale e quanto profonda fosse la mia interazione con l’acqua, quell’acqua di lago che pareva aver dato consistenza e colore ai miei occhi, che erano e sono liquidi e mutevoli, di un colore chiaro che s’incupisce, a volte, in un grigio torbido e nebbioso.
Un giorno, forse perché si era alzato il vento e si dormiva meglio di notte, le abitudini della casa subirono un improvviso mutamento e il destino ne approfittò per presentare la sua offerta, o la sua trappola.
Mio fratello si svegliò più presto del solito, quella mattina, e si mise subito a correre nel giardino, fino a raggiungere il lago.
Io ero uscita presto dall’acqua, che era più fredda del solito e mi ero stesa sopra un asciugamano, riscaldandomi al primo sole.
Giacomo era particolarmente vivace e irritante e cominciò a strillare la sua sequela di stupidaggini. Scherzava, a suo modo, e rideva.
- Sai che la mamma ha la bocca di rana – diceva – e tu sei una puttana. Tutte le donne sono
puttane….
Non gli risposi: ormai ero abituata a queste intemperanze e sapevo che la cosa migliore da fare era ignorarle. E poi chissà dove aveva sentito quella parola, di cui certamente non conosceva il significato; probabilmente era la reminiscenza di qualche film, una delle tante perle dello stupidario maschile, di quella sottocultura che si alimenta di luoghi comuni e di frasi fatte e che riemerge continuamente nel parlare quotidiano, nei film, in televisione.
Mio fratello si era avvicinato all’acqua, salendo su una sporgenza rocciosa che amava molto, perché da lì poteva vedere la sua immagine riflessa sullo specchio cupo del lago. Ma ora l’acqua era mossa e il fenomeno non si presentava. – Non vedo niente – disse.
Mi alzai e mi avvicinai, senza un motivo, forse per constatare che veramente non fosse possibile specchiarsi o forse per portarlo via dalla roccia. Poi vidi che si sporgeva pericolosamente, per scrutare la superficie grigia.
Fu un attimo: qualcosa scattò dentro di me; forse l’astio accumulato, forse la disperazione per quella realtà feroce che mi stava portando via l’unica persona che amavo per privilegiare quell’essere che era cresciuto dentro di lei, sottraendole la vita,
Ricordavo quello che avevo letto, in uno dei tanti manuali di medicina che avevo tentato di consultare, anche se, allora, non ci capivo molto. Una delle cause a cui si attribuiva l’insorgere della fase conclamata di SLA era la gravidanza. Quella particolare, delicata, condizione femminile, pareva favorisse lo sviluppo della malattia, che altrimenti poteva rimanere latente fino alla vecchiaia e al naturale declino dell’energia vitale.
Come se il mio cervello avesse dato un ordine, spinsi quel piccolo imprudente, mentre stava in bilico sulla parte più alta della roccia, e lo vidi cadere nel lago.
Lo guardai annaspare, tra le piccole onde minacciose. Non aveva ancora imparato a nuotare e agitandosi incominciò subito a bere acqua, mentre la corrente lo spingeva lontano dalla riva.
Entrai in acqua e mi accorsi che in quel punto ancora si toccava. La forza del dovere, dell’obbedienza alla morale comune, la forza dell’ovvietà mi spingevano ad avvicinarmi, con lunghe e veloci bracciate, ad afferrarlo e trarlo in salvo; ma qualcos’altro mi tratteneva: era forse il mio amore per la passività, il mio desiderio di osservare, semplicemente osservare, di lasciare che le cose avvenissero, senza intervenire, senza sforzarmi.
Così è stata, anche dopo, la mia vita: agire e poi aspettare gli sviluppi dell’azione, parlare e attendere gli effetti della parola, con una sorta di curiosità per quello che sarebbe accaduto dopo.
Raccontai che avevo tentato di raggiungerlo, senza riuscirci, perché non ero così abile nel nuoto da salvare un’altra persona, ma solo da evitare io stessa di annegare.
Non c’era nessun motivo per dubitare della mia sincerità. Nessuno mi aveva visto esercitarmi per ore sulla superficie liquida e nessuno si era reso conto della simbiosi che ormai esisteva tra me e il lago.
Dopo la morte di Giacomo, il silenzio e la disperazione dilagarono per la casa, cosi che pareva che anche i muri ne fossero intrisi. Il viso di mio padre perse il suo aspetto sano e rubicondo e divenne sempre più terreo. Più che sconvolto o addolorato pareva stupito di quella serie di ingiustificabili disgrazie che si stava abbattendo sulla nostra famiglia. Mia madre, che fino alla morte del figlio aveva conservato un po’ del suo spirito, iniziò a precipitare velocemente verso la fine inevitabile. Un ultimo tentativo di cura peggiorò le sue condizioni, così da obbligarla a non muoversi più dalla sua poltrona. La fine arrivò nei tempi previsti; la sua fiamma si spense in silenzio, di notte, quasi per non disturbarci.
Corruzione
Chi l’avrebbe detto che in Italia la corruzione fosse tanto diffusa, così diffusa da porre un freno reale all’economia, da costituire un disincentivo a lavorare e investire, diffusa al punto di costringere la Corte dei conti a raccontarlo in un discorso ufficiale? Eppure lo si sospettava da un pezzo.
È vero che la corruzione si presenta dappertutto, dovunque c’è denaro o speranza di procurarsene; ma in Italia il fenomeno ha uno spessore maggiore rispetto ai maggiori paesi dell’Occidente e se questo avviene devono sussistere ragioni storico-culturali specifiche.
La corruzione ha alla base uno dei principi fondamentali della cultura popolare: il rispetto, l’ossequio che è dovuto a chi è ricco e potente, a chi esercita una funzione pubblica, una libera professione che lo qualifica come “signore”.
Quando un funzionario sbriga una tua pratica, quando un avvocato risolve un tuo problema legale, quando un medico ti cura, quando un professore ti insegna qualcosa e poi ti promuove, è necessario fargli un regalo, se no si offende, e non puoi fare la figuraccia di non manifestare la tua riconoscenza e il tuo rispetto. È sempre buona norma assicurarsi la benevolenza del potere, magari con i capponi di Renzo.
Da questa regola tacitamente accettata da tutti discende la convinzione, per chi svolge un pubblico servizio, che l’omaggio, il regalo, più o meno consistente, sia cosa dovuta e, in mancanza di quello i pubblici dipendenti o i professionisti non procedano a erogare il servizio se non con gran ritardo e/o fastidio. La logica del compenso aggiuntivo, che chi deve lavorare si attende, è diffusa a tutti i livelli, ma si è oggi attestata soprattutto ai livelli superiori, quando lo scambio di favori è quantitativamente importante. Onestamente devo dire che, malgrado il gran parlare che si fa di corruzione dilagante, benché mi sia accaduto di esercitare funzioni anche piuttosto rilevanti in termini decisionali, non ho mai trovato nessuno che mi facesse proposte illecite, al massimo tentavano di usare le armi della convinzione o dell’adulazione. Di episodi specifici ho avuto notizia, ma solo per sentito dire, con riferimento a personaggi di potere operanti nei palazzi romani. Forse gli affari per cui vale la pena di pagare e ricevere tangenti sono trattate solo ai massimi livelli e la notizia arriva in periferia con i toni della leggenda. O forse entra nel giro dell’illecito solo chi si presenti come corruttibile, perché deve la sua carica a qualcuno o perché appartiene a determinate consorterie: è per questo che i dirigenti, ad esempio, sono spesso scelti (ovviamente con la copertura del pubblico concorso) tra le persone di fiducia degli uomini di potere di vario indirizzo politico o sindacale?